Bulli Again

Premetto che questo sarà un articolo molto lungo, probabilmente il più lungo che abbia mai scritto, ma in situazioni come questa è doveroso essere precisi e dettagliati.

Circa 6 mesi fa, quando su tutti i tg e i quotidiani locali e nazionali è comparsa la notizia dei bulli di Ciriè, ho scritto quanto seguirà, ma non l’ho mai pubblicato perché non volevo sollevare ulteriori polveroni. Ad oggi, per farvi comprendere lo stato di esasperazione raggiunto, devo partire da lì.

Ad una settimana dal polverone mediatico scaturito dal mio articolo “Piccoli Bulli Crescono” devo fare una serie di precisazioni: scrivo sempre di fatti che ho appurato in prima persona, cercando di essere il più chiara possibile, ma mi rendo conto che sensibilità, talvolta ignoranza e approccio alla vita differenti, possono creare non poche incomprensioni.

Partiamo dal presupposto che il mio articolo era una riflessione sul ruolo dei genitori, la domanda era rivolta prima a me stessa (come genitore) e di conseguenza allargata a chi leggeva: “cosa avrei fatto se fosse capitato a me ciò che hanno dovuto subire, loro malgrado, questi genitori? ”

Il mio articolo aveva già scaturito forti reazioni, ma ciò che è accaduto giovedì scorso, con l’uscita su ‘Il Risveglio’ e conseguente divulgazione in tutte le testate e i tg nazionali, ha del paradossale.

Mi son trovata in un vortice: telefono che squillava in continuazione, messaggi, giornalisti di testate importanti che volevano sapere, notifiche che mi informavano dell’indignazione dei più e del crescere dell’interesse per questo argomento.

Sono arrivata all’ora di cena che avevo solo voglia di uscire, di non sentire il telefono e non tenere sott’occhio le notifiche.

Mi piace Villa Remmert, lo avrò detto centinaia di volte, mi rilassa e mi fa sentire libera, vado a passeggiare lì con Dario.

La calura accumulata durante il giorno si stava allentando, c’era un’aria piacevolmente fresca, la musica in lontananza, ci sediamo su una panchina, chiacchieriamo come al solito e ci godiamo il momento.

Finché non ci vengono incontro 3 ragazzi, minuti, spavaldi, gradassi, arroganti. Non si presentano, non è importante dirci i loro nomi, loro sanno chi siamo, conoscono la mia auto, il mio indirizzo e il piano in cui abito.

Bene.

I toni da parte loro cominciano subito ad alterarsi e ad aumentare di volume. Ci accusano di averli offesi, loro ed i loro genitori, di avergli augurato il peggio dalla vita. Sicura di non aver mai fatto nulla di simile provo a dirlo, ma niente, urlano e non mi permettono di “difendermi”. Non solo, mi intimano di non sorridere, di non rispondere, di chiedergli scusa.

Continuano a parlare e attorno a noi si stringono una decina di adolescenti che raddoppiano in poco tempo e ci accerchiano.

Quando riesco a parlare chiedo al ragazzo più “arrabbiato” dove lo avremmo offeso, “su sei ciriacese se..” risponde. Ottimo, non sono in quel gruppo e certamente non ho mai commentato. Non lo capiscono, urlano “devi farti i caxxi tuoi, per colpa tua rischiamo il carcere”.

Per colpa mia? Cioè, voi fate una cazzata e la colpa è mia? Voi continuate a sbagliare e la colpa è mia? ” Non ci siamo. Interviene un altro “uappo di cartone” che tra le varie intimidazioni mi ricorda che “io sono L’altra Ciriè, ma loro sono Ciriè… Ciriè è loro”. Penso di avere a che fare con degli squilibrati. Non si riesce a ragionare.

Poco distanti da noi ci sono 4 adulti a cui chiedo di chiamare i carabinieri. Sapete cosa mi hanno risposto? “Mica si sentirà minacciata da 20 ragazzini?” Ah no? Non avrei dovuto sentirmi minacciata? Interessante, ma altrettanto sconvolgente: degli adulti minimizzano. Lo stesso adulto (Mr maglietta arancione) che mi aveva risposto, abbraccia un ragazzino e gli sussurra di non preoccuparsi.

Stufi di sentire sti 2 delirare, (il 3°non è un bullo, è decisamente “diverso”, ascolta, comprende e annuisce, non è cattivo, si vede, pensiamo sia l’unico ad aver capito l’errore, ma allora perché gira ancora con loro?), ci alziamo e ci facciamo spazio per uscire dalla “trappola”, un ultimo monito: “lo sai vero che tu non arrivi a dicembre? Diglielo ai tuoi figli che a Natale non sarai con loro…” scusate, ma non si può rimanere indifferenti, questa è una minaccia chiara ed esplicita. Dario se ne sincera, i ragazzi si guardano, cercano una scusa, alla fine si ricordano del karma. Ecco! A dicembre non ci sarò più perché “tutto ciò che fai torna” e secondo loro questo sarà dettato dal mio karma.

Lì per lì non sapevo cosa fare, mi son venute in mente 3 opzioni:

– andare dai carabinieri e fare una semplice segnalazione per tutelare la mia persona e quella di Dario, sicuramente non avrei sporto denuncia (li avrei rovinati e sinceramente non era mia intenzione)

– chiamare un giornalista e raccontare quanto accaduto (ma li avrei rovinati e di nuovo non era mia intenzione)

– telefonare al papà di uno dei bulli.

Arrivo davanti alla caserma dei carabinieri. Non entro. Da lontano vediamo arrivare il bullo, piange, ci chiede scusa. Parliamo un pochino, sembra dispiaciuto, ma è solo, non c’è il gruppo, quindi non mi fido. Ora non è il leone che voleva sembrare poco prima. Sono sconcertata: quel leone anche quando urlava non mi faceva paura, per quanto provasse a ruggire rimaneva un gattino.

A mente fredda provo a comprendere la reazione dei ragazzi: sono giovani, l’unico modo per mostrare il loro disappunto per quanto accaduto è questo: affrontare chi pensi sia la causa di tutto, senza capire che la causa è da attribuire (ancora una volta) a sé stessi, ergo, il percorso rieducativo non è stato sufficiente.

La mia tesi e la mia convinzione non sono cambiate.

Bisogna lavorarci ancora parecchio: lo Stato ha fallito, i servizi sociali hanno fallito, i genitori hanno fallito, la società intera ha fallito.

La mia generazione non è stata in grado di cambiare e migliorare la gioventù odierna. Abbiamo fallito anche noi.”

Questo per farvi capire quanto le mie intenzioni fossero di comprensione, di condivisione di ciò che un genitore potesse provare in circostanze simili.

Tra l’episodio di luglio e quest’ultimo che vi racconterò di seguito, ce ne sono stati altri simili (il 2, il 15 ed il 26 agosto, il 24 settembre, il 2 novembre e l’ultimo il 9 gennaio).

Mi trovavo in un bar con mio figlio e mio marito per fare merenda. Ad un certo punto entra un gruppo di ragazzi tra cui 2 dei “bulli”. Ci guardano con aria di sfida sbirciando da sopra al bancone.

Nonostante non ci curassimo della loro presenza, battute e minacce a voce abbastanza alta da essere sentite, arrivavano dal loro tavolo, fino a che noi ci siamo alzati per andare via, ma poiché gli sguardi si spostavano da me a mio figlio, quest’ultimo chiede cosa avessero da guardare.

In un attimo il delirio: spintoni, sedie per aria, minacce irripetibili, urla. Riusciamo a trascinare e dividere i ragazzi fuori dal locale, ma gli animi non si placano.

Solo la presenza di mio marito ha fatto sì che la situazione non degenerasse ulteriormente, la volontà di questi ragazzi di metterci le mani addosso era manifesta.

Il pronto intervento dei carabinieri ha riportato la situazione ad una parvenza di normalità. Il tutto è accaduto in una decina di minuti.

Tutte le volte ho provato a comprendere, ma adesso basta.

Basta a questi atteggiamenti.

Basta a questi affronti

Basta al voler rovinare a tutti i costi la propria vita e quella altrui.

Basta a dover andare a scuola e sentirsi chiamare “infame”.

Basta al rancore.

Basta alla vendetta ad ogni costo.

E il “basta” non lo chiedo per me, ma per le vostre famiglie che sono costrette a subire umiliazioni a causa vostra e dei vostri atteggiamenti sconsiderati e immaturi.

Ultima precisazione: questo mio articolo non è una denuncia, quelle si fanno nei luoghi preposti, questo articolo è un avvertimento, l’ultimo.

Non ci sarà più spazio per la comprensione o per far si che rivediate questo vostro comportamento.

La prossima volta non scriverò un articolo, la prossima volta firmerò il verbale di denuncia presso la caserma dei carabinieri.

di Cinzia Somma

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