Al servizio di chi?

Sul gruppo Facebook “L’Altra Ciriè” mi è stata proposta la pubblicazione dello stesso articolo de “La Repubblica” per ben 3 volte. E per ben 3 volte l’ho rifiutato.

Non avevo letto neppure il titolo, guardavo l’immagine e automaticamente cliccavo su “elimina”.

Questa l’immagine pubblicata su “La Repubblica” per l’articolo in questione

La foto era di una suora assorta in preghiera dietro delle sbarre, io vedevo un cane in gabbia. Si! Esattamente, quello che ho scritto, un cane in gabbia e sistematicamente rifiutavo. La motivazione è del tutto personale, somatizzo tutto ciò che leggo e se può nuocermi evito di farlo; questo è un periodo particolarmente pesante e non avevo voglia di incupirmi o di scatenare discussioni che non si sarebbero placate facilmente.

In realtà la vicenda in questione non aveva nulla a che fare con animali, almeno non quelli che intendiamo normalmente menzionando la categoria, ma con 3 ragazze e altrettanti sacerdoti, uno con il quale abbiamo convissuto per un lustro almeno, Don Luciano Tiso, personaggio di cui molti adolescenti potrebbero parlare “non troppo bene”.

Nei giorni successivi all’eliminazione del post in sospeso, sono stata contattata dai protagonisti della vicenda e da persone vicine alle famiglie coinvolte. Ho letto tutto ciò che riguarda la storia delle 3 ragazze “soggiogate” da altrettante persone di Chiesa per far loro prendere i voti. Uno di queste è un parroco che è stato per anni a Ciriè, a stretto contatto con giovani animatori e partecipanti all’oratorio di zona. Una trappola, un lupo messo in un ovile (di proposito? Per caso? Per predisposizione?) mi auguro che non ci fosse premeditazione in questo progetto, anche se in cuor mio so che quell’arrogante di don Luciano Tiso faceva il “piacione” per uno scopo ben preciso. Adescare giovani e convincerli di avere una vocazione per il sacerdozio. Non discuto le scelte dei singoli e son sicura che una famiglia propensa a far partecipare i propri figli ad attività organizzate dalla parrocchia sia altrettanto ben predisposta ad accettare di buon grado una vocazione.

Ma se si vieta loro di parlare, di discutere, di confrontarsi con i propri figli, beh allora c’è qualcosa che non va. Naturalmente mi guardo bene dal parlare della vicenda legale, delle varie denunce e ripercussioni, però mi chiedo quanto ci sia da distinguere tra la fede che ognuno di noi ha nel proprio cuore e quanto questa fede venga “malgestita” dagli uomini di Chiesa. Il vescovo Nosiglia, per esempio, (che pare abbia rapporti di parentela con il più scaltro dei 3 sacerdoti: Don Vitiello) ha rilasciato dichiarazioni alla stessa testata giornalistica non dicendo nulla in realtà, parole che non condannano i metodi (certificati, senza possibilità di essere travisati) mi fa pensare che certe cose si sapessero e che andassero bene così.

Inoltre il fatto che continuino ad esercitare il loro ministero dopo una denuncia così grave, seppur non riconosciuta più dalla legge come reato, mi lascia basita.

Da quel che ne so, la Chiesa non autorizza i sacerdoti ad andare in giro con l’abito talare, eppure colui che è stato vice nella nostra parrocchia, era noto proprio per questa caratteristica, possibile che nessuno lo ammonisca, nè lo abbia fatto in passato? E se le voci che il progetto dei tre fosse quello di creare una congregazione parallela alla Chiesa, aprendo anche un conto corrente dove si invitavano i parrocchiani a fare versamenti, non è un conflitto d’interessi con la stessa Chiesa cattolica? Tante domande rimangono senza risposta e qualcuno dovrebbe cominciare ad alzare la voce.

Questa vicenda mi ha fatto riflettere sul ruolo di ognuno nella società.

Io, per esempio, seguo bambini piccoli del catechismo, in una piccola parrocchia; ogni settimana mi danno emozioni ed entusiasmo e mi convincono che possa esistere un mondo migliore. Ma tutto questo è legato alla chiesa, esattamente come la vicenda dei 3 parroci. Beh, io non sono così sicura di voler spartire lo stesso credo con queste persone, anche perché dubito che il “credo” sia lo stesso.

Loro ambiscono al potere, al controllo della mente e delle azioni, io alla libertà della mente, del corpo e del cuore delle persone… strano definirsi anche solo collaboratori.

Insomma questa vicenda mi ha fatto riflettere, mi ha riempito di dubbi e incertezze, mi ha messo un peso sul cuore e uno stato di confusione in testa… ci mancava questa, dirà qualcuno…

Non so cosa farò per il prossimo anno catechistico, sicuramente ne parlerò con Don Silvio, un uomo umile, di Chiesa, così come la intendo io, così come dovrebbero essere i sacerdoti per i giuramenti che hanno fatto. Son sicura che lui avrà le parole giuste, che metteranno ordine e (forse) pace nella mia testa e nel mio cuore.

Auguro a tutti di trovare sul proprio cammino un uomo come lui, il “prete operaio” come lo chiamavano nella sua vecchia diocesi, il prete in mezzo alla gente, un uomo come noi.

di Cinzia Somma

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