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Testi, matite, foto, poesie e dipinti. Tutto parla di Gaza, della Palestina e di quell’incredibile e spaventosa invenzione umana che è la guerra.
Eppure gli orrori che chi vive a Gaza è costretto a subire hanno un tono diverso, un odore diverso. Non è una guerra come le altre, anzi per molti versi non è nemmeno una guerra.
Non ci sono due eserciti a fronteggiarsi, nè due stati a contendersi il dominio su un territorio.

C’è uno stato solo, con un solo esercito, dall’altra parte c’è una popolazione civile e un’organizzazione “terrorista” (scrivo terrorista tra virgolette non perché Hamas non abbia compiuto atti terroristici, ma perché ad esempio tra il 2008 e il 2020 gli scontri hanno prodotto 5603 vittime palestinesi, in gran parte civili, e 251 vittime israeliane: con un rapporto di 20 a 1 capire a chi affibbiare l’etichetta di terrorista su fa arduo).

Non è una guerra eppure le scene a cui si assiste nella mostra, soprattutto attraverso gli scatti fotografici, sono le stesse di qualsiasi teatro di scontri nel mondo: dolore, morte, distruzione e devastazione sono il filo che lega Gaza e la Palestina a quanto succede in Ucraina, in Iran e in altri scenari simili.
Non è una guerra eppure il confronto numerico con le guerre è impressionante: Londra durante la seconda guerra mondiale è stata bombardata con 18300 ordigni, sulla striscia di Gaza ne sono stati usati 70 mila circa.
Non è una guerra, ma le somiglia molto.
È il risultato della disumanizzazione del “nemico”, un’operazione che ricorda una derattizzazione: la liberazione di una zona da presenze indesiderate e scomode, attraverso qualsiasi mezzo.

In questo senso il voto del parlamento israeliano che ha approvato la pena di morte per i prigionieri palestinesi accusati di terrorismo (quindi tutti) è solo l’ultimo tassello della strategia messa in atto per eradicare i palestinesi da quelli che sono i loro territori dall’alba dei tempi.


Una mostra per ricordare che una finta tregua non è pace, per ricordare che le vittime innocenti sono innocenti a prescindere dal credo, dall’etnia e dal sesso, per ricordare che è l’istinto di sopravvivenza che permette di andare avanti nonostante tutto, ma dovrebbe essere la ragione umana a impedire che “tutto” succeda ancora e ancora.


Una mostra per ricordare che la nakba è stato solo il primo atto di una serie di prevaricazioni, che tutte le guerre portano allo stesso risultato e che una carneficina non è giustificabile anche se a compierla è stato vittima sua volta.


Grazie a chi ha organizzato la mostra, ai volontari che operano a diverso titolo e con diversi ruoli per mantenere vivo quel barlume di sensibilità che ancora ci permette di indignarci di fronte a certe cose, a chi dedica tempo energie e risorse per ovviare alle mancanze dei mass media, che nella migliore delle ipotesi preferiscono sorvolare su certi temi.


E grazie anche a chi, pur sentendosi più legati ad altri temi o ad altri drammi umani si asterrà da confronti o crisi di vittimismo perché non è stato trattato l’argomento che sta loro a cuore, ma prenderanno spunto ed esempio per sensibilizzare la cittadinanza ai molti scenari sparsi per il globo che meritano l’attenzione di tutti.


In foto alcuni scritti, foto e disegni che mi hanno particolarmente colpito, l’invito è di visitare la mostra (è aperta fino al 24 aprile) e scoprire di persona quali, tra tutte le opere esposte, sono più vicine alla vostra sensibilità e, se volete, condividerle con tutti noi.

di Dario Zabardi

P.S. sabato 18 alle ore 21 al teatro Magnetti verranno proiettati una serie di cortometraggi sull’argomento, allego la locandina e ricordo che è gradita la prenotazione.

Una mostra per Gaza

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