W l’Italia

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È’ arrivato il momento. Speravo non dovesse mai arrivare, ma non ci si può sottrarre agli eventi.

“Allora papà, tu fai la visita all’orecchio e appena finito andiamo di corsa all’otto Gallery. Capito tutto? Con me viene anche Giulia.”

“Ma la visita la finirò per le dieci e il “firma copie” di Benji e Fede è alle quattro del pomeriggio!”

“Ci mettiamo in coda e aspettiamo. Ti rendi conto che finalmente incontrerò i miei idoli? Che potrò abbracciarli e farmi firmare una copia del cd? Ma riesci ad immaginare cosa vuol dire?”

È’ passato molto tempo da quando ero adolescente e in effetti quando mi appassionavo di un cantante lo seguivo molto. Ricordo che mi piaceva un sacco Renato Zero, ma quando ebbi l’occasione di incontrarlo passai davanti l’albergo dove alloggiava, lo intravidi dalla finestra che dava sulla strada e mi dileguai. Avevo paura mi deludesse ed evitai l’incontro. Tornai a casa ad ascoltare “sogni di latta”, “uomo no”, “il cielo”, continuando a immaginare che il personaggio fosse quelle canzoni e nessun altro.

Ma i tempi cambiano e a Noemi non riesco mai a dire no. C’è complicità tra di noi e l’assecondo come da sempre faccio anche con la mia primogenita Sarah.

“Io lavoro!”. La voce di Sabry esce come da un imbuto. Ferma e convinta. Senza lasciare un minimo spiraglio.

“Quindi devo andare solo? E se le perdo?”

“Chi tu? Apprensivo come un sei? Figurati !”

In effetti sono un po’ apprensivo e le terrò d’occhio.

Entrati all’otto Gallery le ragazze vengono incanalate in una sorta di gabbia. Viene dato loro un numero e si siedono ad attendere il grande momento. C’è gia molta gente e non sono ancora neppure le undici. Hanno i numeri 226 e 227. Una loro amica e li dalla mattina presto ed ha il numero 3. Ma nel frattempo continua ad arrivare gente. La sala è sempre più piena e le urla delle ragazzine si fanno sempre più assordanti. Io non entro nella gabbia(che nel frattempo viene chiusa per far spazio ad un’altra gabbia).

Vado a mangiare, in fondo questa galleria e famosa per il cibo. Si trova ovunque e in ogni dove. Cibo e solo cibo. Qualche negozio deserto e poi ancora cibo. Nulla di più. Mangio mentre osservo da fuori della gabbia le ragazze che adesso vengono spinte sempre più con forza. Ci sono mamme con figlie e ragazze grandi, tutte a spingere in avanti schiacciando contro le transenne le più piccole che invece indietreggiano per lasciar spazio all’arroganza.

“Tutto bene? Volete uscire?”

” ma non scherzare! Aspettiamo.”

Restano ferme e rassegnate. Aspettano il loro turno in silenzio come un martello pneumatico che deve arrivare dove deve arrivare. Ci vuole del tempo, ma là dove deve andare ci arriverà’ sicuramente. A meno che non svengano. Infatti qualche ragazza inizia a svenire e fatta portare fuori.

Mi piazzo sotto un palco improvvisato dove vengono messe altre transenne. Questa volta servono per far accomodare le persone disabili. Bello, penso. Anche in questa occasione si sono preoccupati di loro. Peccato che ci siano solo due ragazze sulla sedia a rotelle, le altre 40 persone non hanno nessun handicap. Perlomeno nessuno che io riesca a notare. Le ragazze sulla sedia a rotelle si accomodano con molta educazione verso il fondo mentre tutti gli altri si piazzano davanti.

Adesso ho perso di vista mia figlia e la sua amica. C’è troppa gente e non riesco a vedere più nulla.

Ecco che arrivano i due cantanti che abbracciano e firmano le copie dei cd dei “raccomandati” che si trovano in una posizione privilegiata rispetto tutto il resto della massa. Adesso sono molto di più di 40 e coprono completamente le uniche due ragazze disabili. Nel frattempo le ragazze nella gabbia stanno sempre più strette perché tutti spingono a dismisura. Alla fine qualcuno fa notare ai novelli artisti la presenza delle ragazze sulla sedia a rotelle e vanno subito ad abbracciarle . Ma i “raccomandati” non lasciano spiragli e restano a bloccare tutto lo svolgersi della manifestazione. Intanto la gabbia scoppia e diverse ragazze continuano a sentirsi male.

Non vedo più mia figlia e la sua amica e inizio a preoccuparmi. Esco dalla massa e vado a chiedere se qualcuno si fosse sentito male e fatto portare via. Mi rassicurano di no. Chi è stato male e poi rientrato. Ma di mia figlia e la sua amica neanche l’ombra.

Chiedo ancora alla sicurezza che continua a far entrare gente da vie secondarie ( c’è sempre un nuovo raccomandato da soddisfare), ma mi dicono di star tranquillo. Asserisco che se tra dieci minuti non le vedo chiamo i carabinieri. Non ci vedo una grande organizzazione in questo evento.

Nel frattempo eccole! Tutte tremanti. Sono indietreggiate dalla loro postazione di molti metri e sono passate con un ritardo di oltre un’ora. Abbracciano con molta educazione i loro idoli. Li baciano sulla guancia senza far trapelare troppo le loro emozioni.

Ma hanno gli occhi lucidi e stanno tramando un po’. Penso a come sia bello aver cresciuto mia figlia in provincia. Come sia riuscita ad assimilare educazione e pazienza. Scende dalle scale e non riesce a parlare. Anche Giulia e frastornata.

“State bene? Mi dispiace che vi hanno schiacciato. Le teste di caxxo sono ovunque”

” ma di cosa parli? Si stavamo quasi per svenire, ma se fossimo svenute non avremmo abbracciato Benji e Fede! Abbiamo tenuto duro e ce l’abbiamo fatta!”

Penso al martello pneumatico di prima e mi viene da sorridere.

“A proposito, tornano per il firma copie del loro libro… ci porti vero?”

“Certo! Ma questa volta entro anche io nella gabbia…tranquille.. contro l’arroganza rispondiamo con la dovuta arroganza!”

Speriamo solo che ad organizzare il tutto sia qualcuno di più preparato.

Di Alessandro Baccetti

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