IL MORTO SENZA MORTE. PROLOGO. CIÒ CHE RIDE AL DI LÀ

Harrys Over, operaio edile e giocatore d’azzardo, indossava un abito nero il giorno in cui morì. Azzeccato, vista l’occasione.

Secondo il rapporto della polizia, Harrys fu visto camminare all’incrocio tra casa sua e la copisteria. Poco dopo, un aggressore ignoto lo assalì: sei colpi, tre di pistola e i restanti di lama, nessuno in punti mortali, sospettavano fosse morto per il sanguinamento.

Il funerale fu una cerimonia modesta, con pochi invitati e ancor meno lacrime. “Era un uomo gentile”, dicevano. Nient’altro. Solo i genitori rimasero alla tomba dopo la cerimonia: la madre affranta, il padre sconvolto, fissavano la foto che avevano scelto per la lapide, la stessa che sarebbe apparsa, pochi giorni dopo, sul necrologio. Come quasi ogni genitore, speravano di non dover mai affrontare un simile dolore.

La madre, una donna feroce persino nella vecchiaia, non diede tregua alla polizia e ai cittadini. Voleva risposte. Voleva un nome. Voleva il colpevole. Audace e perseverante come pochi, non si diede mai per vinta. Ma, ormai all’età dove i movimenti diventano faticosi e la voce si affievolisce, i suoi sforzi la portarono a spegnersi dopo tre anni di ricerche infruttuose.

Il padre, un uomo un tempo possente, ormai solo l’ombra di sé stesso, era sempre stato pacato. Credeva che il padre dovesse proteggere il figlio e il marito la moglie. Non trovò mai pace né tregua dopo che il figlio morì. Cercò di aiutare la moglie per quanto poté, sebbene con meno impeto. Ma quando lei morì, lui non ebbe più nessuno da proteggere. Nessuno seppe la data esatta della sua morte, solo che avvenne due anni dopo quella della moglie. Lo trovarono seduto sulla sua poltrona, la stessa su cui, tempo addietro, giocava a battere le mani con il figlio, con un ritratto di famiglia stretto tra le dita fredde.

La morte di una persona cara è straziante. Può distruggere una vita. Ma cosa accadrebbe se, invece di spezzarla, potesse riformarla? O addirittura riportarla indietro?

Al camposanto, sulla tomba della famiglia Over, nell’ultimo luogo di riposo di una famiglia distrutta, con il sole che si abbassa all’imbrunire, un corpo apparve dal nulla. Senza carne, senza muscoli, grasso, vene o tendini. Solo uno scheletro, biancastro, comparso senza che la tomba fosse stata dissacrata.

Ciò che sussegue potrebbe sorprendere ancora di più. Al tramontare completo del sole, e con la luna che schiariva il cielo notturno, lo scheletro si mosse. Come colto dal terrore della vita, si alzò di scatto. Ma in piedi non riusciva a stare: tremava, non sentiva freddo. Non provava caldo né percepiva il vento della sera o il marmo sotto i piedi.

Era vestito: camicia bianca, giacchetta celeste chiaro, pantaloni bianchi e mocassini neri, ma non li sentiva addosso. Vedeva l’interno della cappella gentilizia con crepe e polvere che facevano da decorazione, udiva il vento far volare le foglie, lo sentiva risuonare quando entrava nel suo teschio, percepiva l’odore dei fiori appassiti, tra il dolce ed il marcio. Vista, udito e olfatto erano più acuti che mai, il tatto gli era stato negato. Immaginava lo stesso valesse per il gusto, in quanto non avvertiva alcuna lingua in bocca.

Ricordi fluivano nella mente, ma non aveva voce per parlarne, per urlare. Non aveva lacrime per piangere. Passò la mano sulle tombe. Ricordava appena, eppure i nomi incisi su di esse suonano familiari. Così vicini ma lontani. Memorie offuscate da nebbie irreali. Scorreva tra quei nomi già sentiti, da anno in anno, da foto in bianco e nero a immagini a colori. Finché…

Martha Over. Ector Over.

Una donna e un uomo. Morti a due anni di distanza. Li sentiva vicini, sentiva un calore nel punto dove una volta risiedeva il cuore. Lieve. Fugace. Effimero. Provò per un attimo la sensazione del calore umano. Poi, più nulla. E sempre per un singolo attimo, sentì come un brivido in grado di scuotere le ossa. Poi, sparì anch’esso.

Finché non lo vide.

Harrys Over

Quel nome risuonava nella sua testa un migliaio di volte. Più familiare di tutti gli altri. Poteva essere lui? Era il suo nome? Quel volto sulla lapide era il suo? Quelle persone erano la sua famiglia?

Si sforzò di ricordare. Fallì. Ed ogni tentativo si sentiva sprofondare nell’oblio, un po’ di più ogni volta. E quando un ricordo sembra affiorare, veniva reciso di netto.

Una risata nel buio assoluto lo riportò alla realtà. Fredda eppure piena di vita. In quell’eterno stato di mondo dove ogni cosa sembra di breve durata, quella risata echeggiava eterna e senza sosta come unico rumore nel vuoto.

Perché era qui? Cosa lo aveva portato dalla quiete dell’oscurità alla luce della luna? Mise un piede fuori dalla cappella della famiglia Over. Il cimitero era deserto.

La fioca luce lunare sembrava indicargli la strada. Davanti a sé, non poteva far altro che iniziare a camminare.

Un inizio corto e leggero

Edward M. Gablin

More from Edward M. Gablin

IL FANTASY NELLA STORIA

“Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona” -Victor Hugo Fantasy...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *