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La Fisia Del Prete

La FISIA del prete: un racconto noir nelle campagne del CIRIACESE.

Ci troviamo nelle campagne del Ciriacese, nei primi anni del Novecento.

È quasi l’imbrunire e l’aria sa di polvere, letame e pioppi umidi.

Il sole è calato da poco dietro la catena delle montagne quando il prete sbuca all’improvviso tra i filari di viti.

È alto, spaventosamente magro, con la tonaca nera che sembra quasi fluttuare sopra il terreno fangoso. Ha una stempiatura profonda che gli allunga la fronte pallida, quasi cadaverica, e indossa piccoli occhiali dalla montatura metallica sottile, che riflettono la luce malaticcia del crepuscolo. Sotto le lenti, i suoi occhi sono infossati, piccoli e di uno sguardo gelido, tagliente come una lama arrugginita. Addosso porta un odore inconfondibile, densissimo: un misto soffocante di tabacco da pipa e incenso pesante.

Un profumo acre, quasi a voler coprire qualcos’altro… perché chi lo guardava con timore superstizioso giurava di intravedere, aggrappate alla sua schiena o intente a sfiorargli continuamente le spalle con artigli invisibili, ombre deformi che cercavano disperatamente di prenderne il possesso senza mai riuscirci.

La sera prima, seduto nel fondo buio della taverna sulla via maestra, quel prete aveva sentito bene le voci grosse e le bestemmie a mezza bocca di quei contadini.

Loro erano lì, bassi, tarchiati, con le mani perennemente nere di terra e i volti scavati dalla fatica; avevano lunghi e folti capelli arruffati, intrisi dell’odore rustico di legna da ardere, fieno secco e sudore acido. Avevano sputato veleno contro la Chiesa e i suoi dogmi, ubriachi di Barbera e sicuri di non avere testimoni.

Adesso, però, quel prete è lì davanti a loro. Non urla, non minaccia i castighi dell’inferno. Si ferma, pianta un bastone nodoso nel terreno e inizia a mormorare una litania gutturale, storta, in un latino corrotto.

È allora che la realtà comincia a scivolare via, come una vecchia pellicola bruciata dal fuoco.

Il piccolo rio che scorre accanto al campo si gonfia all’improvviso, nero e denso come catrame, inghiottendo il sentiero con un rumore di ossa che scricchiolano. I filari di viti si allungano, si torcono in forme umane, diventano braccia nodose che cercano di ghermire le caviglie.

I contadini barcollano indietro, paralizzati dal terrore, urlando nel buio a un cielo che ha cambiato colore, mentre il prete li fissa immobile attraverso le sue lenti fredde, facendogli vivere sulla propria pelle l’orrore cieco di chi ha toccato ciò che non doveva.

È la famigerata “FISIA” (o fìsica), la magia nera dei preti e delle masche, una suggestione crudele e potentissima tramandata di generazione in generazione nelle nostre cascine.

Nei giorni scorsi, parlando di queste antiche credenze, nei commenti sono riaffiorati ricordi straordinari. Come ci raccontano Lina Michelina — che ricorda i racconti della bisnonna sul parroco dei Devesi — e Vittoria Bertolino, le storie di preti che “facevano vedere cose che non esistevano” ai poveri contadini facevano parte del pane quotidiano della paura contadina.

Un confine sottilissimo tra ipnosi, superstizione e leggenda nera che ha segnato la storia del nostro territorio.

Ma guardando indietro a quel mondo, viene da chiedersi: dove è finita quella magia, anche se nera? Che fine ha fatto quel timore reverenziale e viscerale del male, la paura autentica di mettersi dalla parte del maligno? Siamo stati così bravi a celare le ombre, a sterilizzare il mistero, da non riuscire più a riconoscerle?

Oppure, la verità è un’altra?

Probabilmente a differenza di quel vecchio prete di campagna, noi non siamo stati capaci di tenerle alla larga. Forse quelle ombre non ci sfiorano soltanto più la schiena… forse se ne sono già impossessate per sempre, senza che noi non ce ne accorgessimo nemmeno.

di Alessandro Baccetti

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