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Il branco in cammino: dai ghiacci delle Valli di Lanzo fino alle porte di Cirié nell’inverno del 1709

Correva l’anno 1709, passato alla storia come l’inverno delle Valli di Lanzo più freddo e rigido degli ultimi seicento anni. Non c’era colore nel mondo, solo una scala infinita di grigi sporchi.

Quel gelo estremo irruppe all’improvviso, come una condanna calata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio: l’Epifania del gelo. Una potente massa d’aria gelida spinta dalla Siberia si spinse dritta fino al Mediterraneo, trascinando un crollo termico spaventoso. In poche ore le temperature precipitarono di quasi venti gradi, toccando punte stimate attorno ai -20°C anche vicino alla pianura torinese. La nebbia era salita dalle paludi e dai letti dei torrenti, una massa densa, oleosa, che aveva inghiottito le montagne e calato una cappa soffocante fin sotto i pendii, arrivando a lambire i margini di Cirié.

Non un filo di vento a muoverla.

Solo un freddo così violento da spaccare i tronchi degli alberi e trasformare il respiro in cristalli di giaccio prima ancora che si staccasse dalle labbra.

La natura era morta in una morsa di pietra. La Stura, di solito così viva e impetuosa nel suo scorrere giù dai monti, si era improvvisamente arresa, immobilizzata in una lastra di ghiaccio spesso e infido. E più a valle, persino il grande fiume, il Po, era gelato a tal punto da reggere il peso dei carri e delle persone che lo attraversavano a piedi come fosse una strada di terra battuta. Il vino nelle cantine si spaccava dentro le botti, trasformandosi in blocchi di ghiaccio rossastri, mentre la terra, indurita come il marmo, negava ogni radice.

In quel purgatorio di nebbia e brina, uomini e animali vivevano la stessa identica condanna. La fame. Una fame nera, sorda, che scavava lo stomaco e svuotava la testa, riducendo ogni cosa all’osso. I boschi d’alta quota erano cimiteri di camosci e caprioli sepolti dalla neve. E quando la natura muore lassù, ciò che resta affamato guarda in basso.

Non fu un semplice avvistamento.

Fu una vera e propria invasione di spettri grigi.

Spinti dalla disperazione e dalla cecità del freddo, i lupi abbandonarono le creste e scesero lungo il corso pietrificato della Stura, macinando chilometri e chilometri dalle montagne giù verso la pianura, seguendo l’odore acre del bestiame umano.

A Viù, a Groscavallo, su fino alle porte di Lanzo e giù lungo la valle fino a lambire i territori di Cirié, le stalle divennero l’obiettivo di assalti disperati. Le porte di legno massiccio, sbarrate alla bell’e meglio con assi di fortuna, gemevano sotto i colpi e i graffi di bestie impazzite, incuranti persino dell’uomo. E l’uomo, chiuso al buio, non poteva nemmeno contare sull’alleato di sempre: i cani da guardia erano scheletri immobili, divorati anch’essi dalla carestia e incapaci di difendere alcunché.

La nebbia confondeva i confini tra i cortili e i boschi. Uscire di casa per raccogliere un fascio di legna o controllare le bestie significava giocare d’azzardo con la morte. Nelle case si tremava per i bambini, trattenuti vicini al poco fuoco rimasto, mentre fuori, nel buio pesto, risuonavano ululati così vicini da sembrare dentro la stanza.

Fu un incubo che marchiò a fuoco intere generazioni, sedimentando nei secoli l’immagine del predatore implacabile. E la paura fu così totale, così soffocante, che le comunità delle valli cercarono salvezza dove la terra non poteva più aiutarle: salirono tra i sentieri sferzati dal gelo verso il Santuario di Sant’Ignazio a Pessinetto, affidandosi al cielo e lasciando ancora oggi, inchiodati alle pareti di quel santuario, i segni e i voti di chi era sopravvissuto all’inferno dei lupi.

Oggi i tempi sono cambiati, ma la memoria di quel sangue e di quel gelo è rimasta cucita nelle pietre delle nostre montagne. Eppure, guardare oggi ai nostri fratelli lupi — perché di questo si tratta, di creature nate per lo stesso bosco e la stessa terra — con gli occhi della caccia o della paura cieca non ha più alcun senso.

Non siamo più nell’inverno del 1709. Non ci sono villaggi affamati assediati da spettri con la bava alla bocca, né stalle sfondate dalla disperazione di una specie al limite dell’estinzione per colpa del gelo. Oggi la nostra sopravvivenza non dipende più dallo sterminio del predatore. Continuare a temerli come mostri o a cacciarli per un atavico, comodo riflesso di vendetta è un retaggio sterile, un residuo di quando l’uomo era solo una preda che cercava di difendere la pelle nel buio.

Il lupo è tornato a camminare sui nostri crinali, a riprendersi i suoi spazi naturali nelle Valli di Lanzo. E in un tempo come il nostro, la vera prova di civiltà non è imbracciare un fucile o cedere al terrore dei vecchi cunti da forno, ma imparare a convivere con chi, trecento anni fa, divideva con i nostri antenati la stessa identica, crudele condanna della fame.

di Alessandro Baccetti

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