I Cosacchi
Quando i Cosacchi di Suvorov si sdraiarono sotto i portici di Cirié
Avete mai immaginato Cirié, la nostra città, trasformata in un avamposto di un’armata che veniva dalla steppa russa?
Spesso guardiamo la nostra storia attraverso i grandi manuali, ma è tra le pagine di cronache locali, come quelle magistrali di Sismonda, che si scovano le perle più incredibili.
Oggi vi voglio raccontare di un pomeriggio di fine estate del 1799, quando il tempo sembrò fermarsi per lo stupore e il terrore degli abitanti di fronte a una visione inattesa.
Quel giorno, le strade ciriacesi videro arrivare un reparto di soldati russi agli ordini del leggendario generale Suvorov. Non erano soldati come quelli a cui si era abituati: apparivano come giganti trasandati, uomini di una stazza possente, avvolti in uniformi lacerate e polverose, con barbe incolte e lunghissime e capelli che ricadevano disordinati fin sugli occhi, coprendogli lo sguardo. Un aspetto feroce, selvaggio, capace di incutere un timore profondo in chiunque li incrociasse, quasi fossero giunti direttamente da un mondo lontano e ignoto per seminare il panico tra le nostre case.
Il panico in città
Correva l’anno 1799, un periodo cupo, segnato da carestie e dal passaggio costante di eserciti. In quel clima di incertezza, a Cirié giunse la notizia che stava arrivando un reparto di soldati dell’esercito di Suvorov, in marcia verso la Svizzera. La reazione dei nostri antenati fu immediata e dettata dall’istinto: i mercanti chiusero frettolosamente le botteghe, mentre nelle strade si udirono le grida angosciate delle madri che richiamavano i bambini in casa per metterli al sicuro.
Non fu da meno il fervore nelle campagne circostanti, dove gli uomini, udito il fragore di quell’insolito arrivo, abbandonarono i campi in fretta e furia per tornare a presidiare le proprie abitazioni, pronti a difendere i propri cari e gli animali, unica vera ricchezza di quel tempo di stenti.
La quiete dopo la tempesta
Ma chi erano davvero questi uomini venuti dall’Est? Erano parte della Seconda Coalizione, l’armata guidata dal leggendario generale russo Suvorov, in marcia verso le Alpi per tentare di strappare il Piemonte al dominio francese. Per i nostri avi, vedere questi soldati — che rappresentavano la speranza o la paura di un rovesciamento delle sorti napoleoniche — significava trovarsi di fronte al peso di una storia europea che passava, letteralmente, sotto le loro finestre.
Eppure, a dispetto dell’aspetto temibile, accadde l’impensabile. Proprio in quella notte di settembre, mentre il cielo si faceva minaccioso e la pioggia iniziava a cadere a dirotto, quei russi che avevamo temuto deposero le armi sotto i portici della via maestra. Invece di occupare le case, si sdraiarono semplicemente nel mezzo della strada, godendosi il fresco dell’acquazzone.
Sismonda, nel suo prezioso racconto, ci assicura che la disciplina fu perfetta e nulla di male avvenne: una vera e propria lezione di umanità e rigore che lasciò il segno nei racconti dei nostri nonni.
Una traccia di memoria
Questa piccola grande storia, tramandata dal racconto di un anziano ciriacese ai ragazzi del tempo, ci ricorda che anche tra le nostre strade, tra le arcate e i portici che calpestiamo ogni giorno, sono passati gli echi dei grandi conflitti europei.
E a voi, è mai capitato di trovare nei diari di famiglia o nelle vecchie memorie parrocchiali tracce di forestieri passati per Cirié in quegli anni di tempesta?
di Alessandro Baccetti
