Voci del Mercato
Voci al mercato: il mosaico di lingue che ha fatto di Cirié la nostra casa.
Gli anni passano e ti ritrovi a girovagare per il mercato di Cirié, accompagnando tua madre a fare acquisti. Ricordi che, da bambino, il venerdì mattina i ruoli erano invertiti: era lei a portare te, tra un giochino, una musicassetta pirata o qualche golfino improbabile. La vita va così.
Ciò che è rimasto immutato da allora è il suo approccio con i compaesani incontrati lungo il tragitto: battute scherzose, premure sulla salute, domande sui figli, tutto rigorosamente in dialetto calabrese.
Quando le chiedo come sia possibile – dopo essere arrivata a Cirié a quindici anni e averne ora superati ottanta – che parli ancora così, lei risponde che lo usa solo con loro. È un modo per riconoscersi, per rivivere quel senso di appartenenza che, negli anni Sessanta, le è servito da scudo per inserirsi in un contesto del Nord, all’epoca lontanissimo e diverso.
Pensiamo alla distanza: da Cirié a San Pietro Apostolo, il borgo ai piedi della Sila da cui proviene, ci sono circa mille chilometri. È quasi la stessa distanza che separa Cirié da Londra.
Erano venuti su in massa, in cerca di lavoro e benessere, e hanno trovato qui tutto ciò che cercavano. Eppure, quel legame con il “paesello” – dove, curiosamente, tra le vie del centro esiste persino una via Cirié – è rimasto viscerale.
Anni fa, molti di loro giuravano che, una volta in pensione, sarebbero tornati giù. Non è accaduto quasi per nessuno. Perché ormai questa è la loro terra; qui hanno messo le nuove radici.
Perché ho pensato tutto questo? Perché, pur essendo nato a Cirié, c’è chi storce il naso quando scrivo di questo territorio, come se non ne avessi il diritto per mancanza di origini “storiche”. Ma le radici sono lì dove si decide di metterle, non necessariamente dove affonda la propria stirpe.
E allora lasciamoli correre, questi dialetti, per le nostre strade. Che sia calabrese, napoletano, siciliano o pugliese, sono vere e proprie lingue che – insieme al piemontese – danno colore a un terreno divenuto fertile grazie a questa multilinguistica che si fa “multiesistenza”, creando una comunità nuova che tanto ha dato alla città.
Tra pochi anni, probabilmente, tutto questo sparirà. Non si sentiranno più dialetti tra le bancarelle del mercato del venerdì. E chi vivrà racconterà ai propri figli e nipoti di quanto fosse bello girare tra quei banchi, ascoltando una molteplicità di lingue che, pur nella loro diversità, parlavano tutte la stessa storia: quella di un’Italia che, qui a Cirié, si è fatta casa
di Alessandro Baccetti
