La Notte nera di Mezzanile
La Notte Nera di Mezzenile: Il ritorno di Beatrice tra ombre e suggestioni
C’è una Ciriè, e ci sono le Valli, che si accendono solo quando il sole scende dietro le creste.
Sabato sera, a Mezzenile, il velo tra presente e passato si è fatto sottile. Mentre osservavo la sfilata tra le vie del borgo, ai piedi di quell’antico castello medievale dalle quattro torri che svettano fiere verso il cielo — un baluardo di pietra che trasuda storia autentica — ho visto qualcosa che è andato oltre la semplice rievocazione.
Tra le figure che si muovevano nell’ombra, vestita di un nero profondo, cupo come la terra dei nostri boschi, ho immaginato lo spettro di Beatrice Lioneta. La sua non è una leggenda che viene da lontano, ma un frammento di verità estratto dai Conti della Castellania di Lanzo.
Mentre sfilava, con lo sguardo basso e l’aria rassegnata di chi conosce già il proprio destino, la sua figura sembrava quasi dissolversi nel buio dei vicoli in pietra. Intorno a lei, la sfilata non era una festa, ma un corteo funebre e spietato: c’erano gli sguardi accusatori della gente, donne velate che bisbigliavano preghiere cariche di giudizio, e uomini armati di forche e roncole, portate come armi, pronti a condannare una donna la cui sola colpa era la povertà.

Certo, non so se la sfilata si riferisse davvero a lei, ma mi è piaciuta l’idea di poter usare le mie poche conoscenze su questa figura “scomoda” e trasferirle a modo mio su questa magica piazza. Che fosse lei o meno, Beatrice era lì, nello spirito di una comunità che ha voluto riportare in vita il proprio passato.

Tutto questo si è intrecciato con la bellezza incantevole del nostro paese di montagna, con i suoi scorci che all’imbrunire si tingono di mistero, mentre le vette sembrano volerti avvolgere nella loro maestosa imponenza. Il contrasto era vibrante: la musica che riempiva l’aria, la gente che camminava e ballava consapevole del luogo e della storia che stava vivendo, in una piazza dove ogni pietra sembrava narrare un tempo lontano. Non era un pianto, ma una rievocazione viva che anche quest’anno ha scosso dal torpore memorie antiche.

I documenti parlano di Beatrice come di una presenza che dava fastidio, accusata di malefici solo perché viveva di elemosine. Ma forse, nel profondo, la gente voleva sentirsi addosso il brivido di quella condanna.
Il nostro viaggio in questa notte d’estate non è stato solo una fuga dall’afa della città, ma una ricerca di magia. E visto che è magia, abbiamo scelto di viverla nera. Perché, in fondo, tutti abbiamo bisogno di credere che oltre questa vita monotona esista una forza, antica di mille anni, capace di riapparire nei nostri cuori. Bianca o nera che sia, abbiamo un bisogno disperato di pensare che il mistero non si sia mai spento.
E voi, camminando tra le strade di Mezzenile, avete sentito il respiro del bosco, o avete solo visto degli attori in costume? Il confine, in fondo, è labile quanto la nostra memoria.
di Alessandro Baccetti
