I Briganti al Tempo di Napoleone
I briganti di Cirié ai tempi di Napoleone: quando il bosco era l’unica patria
C’è una Cirié che i libri di storia spesso dimenticano. Non è quella delle parate, dei decreti napoleonici o dei festeggiamenti per il titolo di città, ma è quella dei briganti di Cirié ai tempi di Napoleone: una Cirié che sussurra tra le fronde dei boschi ai piedi delle Valli di Lanzo, fatta di ombre, di paure e di silenzi complici.
Siamo all’inizio del XIX secolo. Il nome di Napoleone Bonaparte arriva fin qui come una condanna. Per i giovani del nostro territorio, il suo nome non evoca la gloria imperiale, ma solo il rombo lontano di cannoni in terra straniera. Si chiamano a combattere guerre che non appartengono a nessuno di loro: la sanguinosa campagna di Spagna, la gelida Russia, o le infinite schermaglie per mantenere il controllo su un’Europa che non vogliono conquistare.
Il richiamo della montagna
Immaginate la scena: una sera d’inverno, nelle case più umili, tra il borgo di Cirié e le prime salite verso Nole o Mathi. Arriva l’ordine di leva. Un pezzo di carta che vale una condanna a morte. Per questi ragazzi, la scelta è immediata: obbedire significa morire per un Imperatore che non hanno mai visto, disobbedire significa diventare un brigante.
Iniziano il viaggio a piedi, nel cuore della notte. Risalgono le valli, lasciando il focolare per il freddo pungente delle Valli di Lanzo.
Si nascondono dove la montagna si fa impervia: nelle gole rocciose della Val Grande, tra i boschi fitti sopra Chialamberto, o nei sentieri dimenticati che conducono verso le vette del Monte Angiolino. Diventano uomini-ombra, vestiti di stracci, nutriti di castagne secche e della speranza di sopravvivere.
La “Guerra dei Castagni”
Non era raro che, in autunno, le bande si spostassero verso i boschi di castagni tra Mathi, Villanova e le colline sopra Cirié. Esistono rapporti di gendarmeria del periodo 1809-1811 che lamentano attacchi ai “convogli di sussistenza” che salivano verso le valli.
Si narra di un gruppo di renitenti che, invece di rubare oro o preziosi, assaltò un carro che trasportava divise e gallette (pane militare) destinate ai depositi francesi. Il bottino non era denaro, ma tessuti grezzi e farina. Questi uomini vennero definiti nei rapporti come “briganti per necessità”, e il fatto che non abbiano toccato il denaro del conducente conferma che cercavano solo di non morire di fame durante l’inverno.
(Fonte: Rapporti della Gendarmeria Imperiale del Dipartimento del Po, 1809-1811).
La rete del silenzio e la repressione
Ma questi ragazzi non erano soli. L’Altra Cirié è stata anche la terra della solidarietà silenziosa. Molti contadini, gente semplice che capiva bene il dolore di una madre, diventavano i guardiani di questi “briganti”. Un patto non scritto, siglato solo con lo sguardo, che univa chi restava a chi fuggiva.
Tuttavia, la risposta di Parigi era brutale. La Gendarmeria Imperiale, insieme alla Guardia Nazionale, batteva palmo a palmo il territorio. Quando i soldati scovavano i rifugi, non c’era pietà: chi veniva catturato veniva tradotto nelle prigioni di Torino o giustiziato sul posto per dare un monito alle popolazioni locali.
Frammenti dalle cronache silenziose
Non cercate nomi di grandi condottieri in questa storia, perché non ne troverete. Cercate invece il volto di quel giovane che, nell’inverno del 1810, riuscì a sopravvivere in una cavità sotterranea vicino a un pilone votivo di Cirié, grazie a una pagnotta lasciata ogni sera da una mano anonima. O pensate a quel carro di forniture militari, assaltato non per avidità, ma perché le divise di quel carro rappresentavano la prigione che i nostri ragazzi non volevano indossare.
Quella di allora era una guerra invisibile, combattuta tra le pieghe del nostro territorio. Una Cirié di cui nessuno parla nelle cronache ufficiali, ma che è incisa profondamente nella memoria dei nostri sentieri. Vogliamo ricordarla proprio perché era un’altra Cirié, una città “nascosta” e controcorrente, un po’ come lo siamo noi oggi nel voler raccontare ciò che gli altri dimenticano: siamo, in fondo, l’essenza stessa de “L’Altra Cirié”.
E voi, amici de “L’Altra Cirié”, avete mai sentito raccontare tra i vostri anziani di qualche “fuggiasco” che si è salvato grazie all’aiuto di un vicino? O pensate che, oggi, sapremmo ancora essere uniti come lo erano i Ciriacesi dell’epoca di fronte a un’imposizione?
di Alessandro Baccetti
