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Lupi, Masche e Gelo

IL BRANCO DI LUPI, LE MASCHE E IL GELO: l’inferno delle Valli di Lanzo nell’inverno del 1709

…Siamo ancora lì, immersi in quel freddo glaciale che strangolò le Valli di Lanzo nel terribile inverno del 1709.

Dai documenti storici dell’epoca si evince che la terra era una lastra di pietra morta, la nebbia densa come fumo che ingoiava i tetti e, là fuori, il buio apparteneva ai padroni della notte: I LUPI , affamati e feroci come non mai. Loro continuavano a ballare come ombre grigie e spettrali vicino alle fattorie, fiutando il sangue e grattando con le zampe gelate contro le porte di legno.

Ma dentro le case, dove il fuoco a stento scaldava le ossa, il terrore vero aveva un volto persino più subdolo e invisibile: quello delle MASCHE.

Nei mesi in cui i raccolti erano stati interamente cancellati dal gelo, il latte non era un semplice alimento: era l’unico, sottilissimo confine tra la vita e la morte per i neonati e i bambini piccoli che piangevano nelle culle di paglia.

E proprio mentre la fame stringeva la morsa, le leggende del tempo trasformarono le masche in creature spietate e maligne, capaci di colpire là dove faceva più male.

Si credeva che queste donne, apparentemente normali alla luce del sole, si trasformassero di notte in entità oscure e malevole. Non avevano bisogno di secchi o di avvicinarsi alle mucche per compiere il loro sacrilegio: bastava la magia nera.

Sedute al buio nelle loro cucine isolate, mentre fuori ululavano i lupi, le masche legavano una trave o stringevano i lembi del proprio grembiule da lavoro. Mimando il gesto della mungitura e sussurrando formule arcane in piemontese antico, evocavano un flusso invisibile capace di risucchiare il latte direttamente dalle mammelle delle mucche dei vicini, anche a chilometri di distanza.

Il mattino seguente, il risveglio nelle stalle era un colpo al cuore. Le bestie apparivano esauste, ridotte a scheletri, con le mammelle avvizzite o, nei casi peggiori, capaci di mungere sangue anziché latte. E mentre le mucche morivano private della loro energia vitale, nelle culle vicine i bambini rimanevano senza un solo sorso di sostentamento, vittime innocenti di un maleficio che sembrava aleggiare in ogni ombra della vallata.

Ma il vero orrore di quelle notti risiedeva nel legame invisibile e carnale che univa le streghe ai lupi della montagna.

Nei racconti sussurrati accanto ai focolari spenti, si mormorava che le masche e il branco di lupi che assediava i villaggi non fossero due minacce distinte, ma i due volti di uno stesso, unico disegno malvagio.

Mentre i lupi affamati danzavano come ombre grigie e fameliche attorno alle stalle, grattando le zampe contro le porte di legno e ululando alla luna, si credeva che fossero proprio le masche a guidarne le mosse.

E nel buio più profondo, mentre il freddo spaccava le pietre, le loro urla agghiaccianti e innaturali si mescolavano direttamente agli ululati del branco, un coro diabolico che faceva raggelare il sangue nelle vene di chi vegliava dentro casa.

Sotto le spoglie di creature ibride e sfruttando la loro astuzia, queste donne guidavano le bestie, indicando loro le prede e aiutandole ad aggirare gli ostacoli.

I valligiani, terrorizzati e bloccati dall’isolamento termico, controllavano ossessivamente le proprie stalle alla ricerca di indizi inequivocabili: bastava trovare la mattina le code o le criniere delle mucche intrecciate in nodi impossibili da sciogliere, oppure sentire il bestiame in preda a un terrore cieco che muggiva verso gli angoli bui, per capire che la masca era lì, intenta a rubare la vita per dissanguare la mandria.

Contro questa morsa di magia e zanne, i contadini sapevano di non poter sperare solo nella sorte.

Per difendere l’unica fonte di sostentamento, tracciavano croci con la pece nera o il carbone sugli stipiti in pietra e sulle pareti esterne delle stalle: e quelle croci funzionavano davvero, ergendosi come un sigillo insuperabile capace di respingere i flussi di magia nera e di spezzare l’assedio delle creature.

A completare la difesa, si appendevano rami benedetti di ulivo o agrifoglio e si inchiodavano ferri di cavallo con le punte rivolte verso l’alto. Perché in quell’inferno del 1709, tra il gelo e le ombre che ululavano fuori dagli usci, la sopravvivenza dipendeva tutta da quel sottilissimo confine tra la fede, la pece e il sangue.

E voi? Sentite già il freddo pungervi la pelle? Avete paura del gelo che tornerà a stringere le valli o pensate che i vecchi fantasmi siano rimasti sepolti sotto tre secoli di storia? Siete pronti ad affrontare l’inverno quando la nebbia inghiotte i tetti e la notte si allunga?

…avete davvero chiuso bene il catenaccio? Ascoltate bene il vento che batte sui vetri: quel tonfo sordo contro il legno è il ramo di un albero o sono le zampe di qualcosa che cerca un varco nel buio?

L’inverno sta tornando, la notte si allunga e la pece nera, là fuori, aspetta solo di essere imbrattata sulla soglia.

Siete sicuri di essere al sicuro?

di Alessandro Baccetti

Foto:laltracirie (Balme)

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