Il Fuoco, le Mura, l’Esorcismo
Il fuoco, le mura e l’esorcismo: IL RICETTO di MATHI e la notte di frate Giovanni
Spostiamoci un po’ verso nord. Non così tanto lontano. Facciamo giusto sei o sette chilometri da Cirié.
Andiamo a Mathi e catapultiamoci dritti dritti al 1342, nel tempo in cui questa città era il vero punto cardine di ciò che solo in seguito sarebbero diventate le Valli di Lanzo.
Eliminate gran parte di ciò che vedete oggi per le strade e abissatevi in un agglomerato di case chiuse dentro un imponente ricetto. Eh sì… non tutti sanno che a Mathi nel Trecento, c’era un rifugio fortificato collettivo, un recinto cinto da mura e protetto da un fossato, voluto nel 1342 per ordine di Giacomo d’Acaia.
Non era un castello signorile, bensì una fortezza popolare: uno spazio sicuro dove gli abitanti potevano ammassare i beni più preziosi, il grano, gli attrezzi e il bestiame quando la guerra e le scorrerie dei mercenari minacciavano la pianura.
Oggi, di quel sistema fortificato che proteggeva la vita del paese, non rimangono che deboli e sbiadite tracce nei pressi della chiesa di San Mauro.
Se poteste camminare per Mathi in quel tempo vi imbattereste in un frate come tanti che chiameremo Giovanni. Uno di quei frati devoti che viveva con il battito del mondo addosso e il terrore di un’epoca che scricchiolava.
Immaginate la terra umida intenta ad esalare un freddo acre, di tomba aperta, mentre il buio della sera inghiottisce a poco a poco le pietre e le imposte del ricetto.
Il cielo d’autunno non mostra stelle; solo una coltre cupa e opprimente, che sembra premere direttamente sui tetti bassi. Fuori, tra i campi spogli, i rami contorti dei vecchi alberi brandiscono vento, perdendo gli ultimi brandelli di un fogliame ormai marcio.
Ma torniamo a osservare il nostro amico Frate Giovanni. Lui non sente più la fatica del corpo. È solo, in ginocchio sul pavimento sconnesso della chiesetta, davanti a un altare nudo, illuminato dal tremolio malato di una sola candela di cera che fatica a tenere a bada le ombre.
Le sue ginocchia affondano nella nuda pietra, un dolore sordo sale lungo le cosce, ma quella penitenza corporale è ben poca cosa rispetto al gelo che gli morde dentro.
In quegli anni di guerre e di angosce, tra i boschi delle valli e i sentieri della Mategasca, serpeggiano sussurri che la Santa Inquisizione tiene d’occhio con terrore: si parla di riunioni nascoste nell’ombra, di anime che rifiutano la croce e i sacramenti di Roma predicando una povertà assoluta e di oscuri eretici convinti che il mondo sia dominato da un Dio crudele e tenebroso.
Fra Giovanni serra i pugni nodosi, conficcando le unghie nei palmi. Ha nelle orecchie il rumore di quel mondo che marcisce.
Siamo nel 1391 e il fuoco domina l’attuale Mathi.
Intorno a lui, il ricetto brucia. Un inferno di fiamme e legname scoppiettante divora le case e le tettoie: un flagello spaventoso che, nella mente del frate, non è un semplice accidente della sorte o la malvagità di una scintilla vagante, ma il fuoco purificatore e collerico di un Dio esasperato. È il castigo inequivocabile per la perdizione e la miscredenza che serpeggiano tra i vicoli, le stesse eresie sussurrate nell’ombra e scovate con terrore dai giudici dell’Inquisizione.
Mentre il bagliore rosso e sinistro delle fiamme fende i vetri della chiesa proiettando ombre danzanti, Giovanni compie il disperato rito del Exorcismus Ignis, l’antico esorcismo medievale contro gli incendi e le potestà diabolico-telluriche.
In ginocchio, con le braccia spalancate a croce e la voce roca che recita il salmo Exsurgat Deus et dissipentur inimici eius, traccia segni di protezione nell’aria con le ceneri benedette e l’acqua lustrale, supplicando il cielo di domare quel fuoco che divora il legno e la carne.
In quella penombra opprimente, in cui ogni fessura del muro sembra respirare, le notizie arrivate a fatica dalla pianura — la rotta sanguinosa di Gamenario, i corpi calpestati dai cavalli, i signori travolti come fuscelli — si fondono con la furia delle fiamme, diventando i segni tangibili di un’Apocalisse vicina. Una morsa invisibile che si stringe attorno al paese.
Il vento ulula fuori dalla porta socchiusa, facendo saltare la fiamma della candela in un guizzo disperato, quasi una presenza viva venuta a soffiare sul fuoco della fede.
Giovanni rimane immobile nel buio fitto, con la sensazione agghiacciante che la porta del ricetto non possa più fermare nulla.
Né la furia del fuoco che nel 1391 avrebbe ridotto in cenere gran parte delle abitazioni — sebbene il ricetto fosse poi destinato a essere ricostruito — né il silenzio di un Dio che sembra essersi dimenticato di quei monti.
A quell’epoca le Valli di Lanzo come le intendiamo oggi non esistevano: quell’appellativo era ancora di là da venire, e per il frate e i suoi contemporanei quel territorio era semplicemente la valle Mategasca, la terra che si apriva alle spalle di Mathi — centro e chiave d’accesso da cui, secoli dopo, la stessa città di Lanzo avrebbe ereditato il nome e le fortune.
di Alessandro Baccetti
