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Teatrino Grottesco

Cronache di una farsa annunciata: dai blindati di ieri alle tende che hanno fatto la storia

Ieri sera abbiamo assistito a un teatrino per certi versi grottesco, l’ennesima rappresentazione di una lotta tra rosso e nero a suon di passeggiate blindate e proclami tanto rumorosi quanto sterili.

Uno spettacolo di plastica che serve solo a scaldare le bolle dei social, mentre fuori dalla rete la realtà è ben altra. In un tempo in cui le vecchie bandiere di destra e di sinistra sembrano essersi sciolte in un calderone pacchiano, senz’anima e senza veri meriti, la mente è volata altrove.

Mi sono tornati in mente i Viali di Ciriè, i pomeriggi di tanti anni fa e una stagione in cui la politica, piacesse o meno, aveva il peso e la durezza della carne viva.

Ci sono cartoline della memoria che il tempo non riesce a sbiadire, angoli di un’infanzia vissuta a passo d’uomo, con le ginocchia sbucciate e il catrame caldo d’estate sotto le scarpe da ginnastica.

Negli anni Settanta e Ottanta, per noi che avevamo dieci anni o poco più, i Viali di Ciriè non erano semplicemente una strada alberata: erano un mondo intero, una pista sconfinata dove correre liberi con i cugini, tra una bicicletta lasciata appoggiata a un tronco e le grida che si perdevano tra le fronde.

Erano anni in cui la città vibrava di una sua vita intensa, fatta di contrasti che a quell’età percepivi solo come sfondi misteriosi.

Da un lato c’erano i giorni della festa, come quando i Viali si trasformavano per le edizioni dell’Expo locale, un brulicare di bancarelle, profumi dolci di zucchero filato, colori e gente che affollava i marciapiedi. Era il volto leggero e festoso della nostra Ciriè.

Ma bastava spostare lo sguardo di pochi metri per accorgersi che i Viali sapevano anche vestirsi di un’altra stoffa, molto più ruvida e ostinata. Lì, piantate sull’asfalto o a margine del passaggio, c’erano le tende.

A noi bambini sembravano quasi rifugi strani, fortini bizzarri spuntati dal nulla. Fuori da quelle tende c’erano loro: Pia e Cavaliere. Non sapevamo spiegare esattamente i cavilli politici, le vertenze o i torti subiti che li avevano spinti fin lì. Per la nostra testa di bambini erano figure quasi marziane che avevano scelto di fare la fame sotto i platani, immobili e fermi nella loro protesta silenziosa.

Eppure, pur senza capirne le ragioni profonde, quel gesto ci abbagliava. C’era qualcosa di magnetico e solenne in quegli uomini che decidevano di metterci il corpo, di fermare il tempo della città con la forza della dignità e della disperazione. Guardavamo quelle tende con un misto di timore e reverenza, inconsapevoli di stare assistendo a un pezzo di storia vera, fatta di ideali vissuti sulla propria pelle, che scorreva proprio sotto i nostri occhi di ragazzini.

Oggi, guardando il teatrino sbiadito di ieri sera, mi chiedo che fine abbia fatto quella stoffa. Allora c’erano uomini e donne che avevano davvero a cuore un pensiero, un ideale per cui lottare, capaci di mettere in gioco la propria salute e persino la propria vita per il bene comune. Non lo facevano per la vanità di un quarto d’ora di celebrità digitale o per raccogliere due like in croce: lottavano per un’idea di giustizia, per un mondo migliore, per un futuro che sentivano di dover costruire con il sudore e la carne.

Quei giorni sotto i viali profumavano di autenticità, anche nella durezza dello scontro.

Oggi, invece, ci tocca subire la caricatura di tutto questo: la farsa di chi si straccia le vesti sui social, urlando ai cataclismi e inventando capri espiatori pur di giustificare la propria esistenza virtuale. C’è chi, pur di recitare la parte del leone da tastiera, non ha esitato ad accusare chi si limita a segnalare il degrado e a raccontare la cronaca di aver “chiamato” o orchestrato questi spettacoli di quart’ordine.

Ridicolo.

La verità è che certe comparse da marciapiede e certi leoni da tastiera appartengono allo stesso mondo finto: quello di chi fa rumore solo per fare ombra, mentre i veri problemi della città restano lì a marcire.

Domani sarà tutto come prima, la polvere tornerà a coprire le polemiche da bar e le bolle virtuali si sgonfieranno fino al prossimo capriccio. Ma noi, chiusi nelle nostre case, torneremo a vagare con la mente a ritroso, fino a tornare a quei viali dove un tempo si faceva la storia.

Una storia oggi troppo spesso dimenticata e disprezzata, appartenente a un tempo in cui le idee avevano un peso e una dignità, mentre oggi tutto sembra essersi sbiadito, ridotto a una cartolina senza più colore. Né rosso né nero: solo più vani colori sbiaditi.

di Alessandro Baccetti

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