L’Ombra del Castello
Da Cirié a Viù passando per Varisella: l’ombra del Castello di Baratonia
Le lancette del tempo girano all’indietro, strappandoci al presente e riportandoci nel cuore del Duecento. La terra che calpestiamo è la nostra, ma il freddo che morde le ossa ha un sapore antico, spietato.
È una mattina gelida d’inverno. Il nostro concittadino — un uomo di Cirié abituato alla terra piana — deve risalire di buon’ora verso Lanzo, incaricato di recapitare un carico urgente di attrezzi agricoli in ferro battuto alle comunità montane che lavorano la terra e i boschi in quota.
La sua casacca di panno logoro non è abbastanza spessa per trattenere il vento tagliente, e i denti battono rumorosamente mentre spinge il mulo lungo la pista innevata. Ma il gelo, in fondo, è l’ultimo dei suoi pensieri. Il vero pericolo, quello che fa stringere lo stomaco, è l’inevitabile incontro che lo aspetta a pochi chilometri da Cirié, salendo verso le colline boscose e i pendii di Varisella.
Lì si erge imponente il castello di Baratonia, una fortezza tentacolare che domina le valli e controlla ogni singolo accesso verso l’alto. Quel vasto dominio — gestito con pugno di ferro dai signori locali che controllano le terre fino ad Ala di Stura e Viù — non ammette eccezioni: chiunque intenda passare per commerciare o transitare deve fermarsi e pagare la pesante gabella imposta.
E infatti, eccolo lì. Proprio a sbarrargli la strada, avvolto in un mantello scuro e consunto dal vento, c’è lui: Bruno di Baratonia.
È vestito con una pesante cotta di maglia di ferro brunito, protetta sotto da una giubba di lana grezza che puzza di fumo e pioggia, e indossa alti stivali di cuoio indurito coperti di fango e brina. Non ha l’aspetto di un nobile da corte: ha lo sguardo tagliente di chi sa di possedere quel mondo. E appena rientrato da una scaramuccia armata sui crinali contro gli emissari del Vescovo, con l’elsa della spada ancora macchiata di fango e terra, apre bocca con una voce bassa, ruvida, impastata di un volgare piemontese antico che gela il sangue più della nebbia.

Ma per oggi il visconte, distratto o insolitamente clemente, non ha voglia di punizioni. Il nostro mercante di Cirié stringe i denti, tira fuori le monete e paga la gabella senza fiatare, brontolando sottovoce per la troppa spesa. Può passare.
Si lascia alle spalle Varisella, inerpicandosi lungo i sentieri che conducono verso le valli di Lanzo, un mondo aspro e selvaggio che lui conosce a memoria, palmo a palmo.
Ancora oggi, lassù a Varisella, i ruderi del castello di Baratonia resistono al tempo, silenziosi custodi di un passato di lotte e potere.
Un invito per tutti noi a salire quassù, a esplorare quei resti di pietra e a immaginare le fatiche quotidiane di chi, secoli fa, sfidava il freddo e i confini di questi monti pur di sopravvivere.
di Alessandro Baccetti
