Viaggio Celtico
Viaggio celtico a Usseglio: alla scoperta del Ròch dij Gieugh, tra antichi riti e misteri di pietra
Il sole non ha ancora scavalcato le cime che chiudono la valle di Usseglio, ma l’aria è già tagliente, un soffio di ghiaccio che scende dai passi invisibili lassù, verso l’ignoto.
Il villaggio di Andriera è un’unica, lunga ombra. È il momento.
L’imminente viaggio è titanico, una migrazione che spingerà gli uomini oltre i valichi, in un lungo percorso che li porterà a scendere verso il mare, forse verso le terre della Gallia, per nuove alleanze o nuove conquiste.
Ma la montagna, ora amica e protettrice, si farà presto ostile: il grande freddo che gela il respiro, la neve alta che nasconde i sentieri, la carestia che minaccia di affamare i passi. E poi i nemici, tribù sconosciute e feroci che difendono le proprie terre, e le rocce scoscese da scalare, appesi al vuoto.
Gli uomini indossano tuniche di lana grezza e mantelli pesanti di pelli di pecora e capra, calzari di cuoio avvolti da strisce di tela per resistere al gelo. Al collo, pesanti collari ritorti, i torques, simbolo del loro rango e del loro spirito guerriero. Alla cintura, la spada corta con l’elsa decorata.
In silenzio, un silenzio che pesa più della neve fresca, si svegliano le donne e i bambini. Nessuna parola è sprecata: gli sguardi carichi di gravità si incrociano, i gesti sono veloci e risoluti. Le donne rimarranno qui, custodi del focolare e della comunità, mentre gli uomini affrontano il destino.
Prima di affrontare la salita verso il colle, la colonna devia dal sentiero principale. È un rituale antico, una necessità che precede ogni passo fondamentale. Guidati dal capo tribù, un uomo anziano dal volto scavato e dagli occhi fermi, i guerrieri si recano ai piedi di quel grande masso erratico isolato nel lariceto, il luogo sacro che oggi chiamiamo Ròch dij Gieugh.
Il capo tribù avanza solo.
Si ferma dinanzi alla superficie della roccia, dove sono incise le figure dei tre guerrieri, elmo in testa e spada alla cintura.
Secoli dopo, persino i Romani, scendendo in queste valli, si accorsero della magia irriducibile di quella pietra, incidendo le lettere IOVI per legarla al loro dio, quasi a inchinarsi davanti a un potere che non potevano cancellare.
Quella stessa magia che oggi, troppo spesso, stiamo cercando di spegnere: imprigionati nella falsa presunzione di possedere la verità assoluta e scientifica delle cose, soffocati da una frenesia che non lascia più spazio allo sprigionarsi dello spirito.
In un mondo in cui l’ateismo dilaga insieme alla perdita di ogni senso di appartenenza a concetti superiori e spirituali, e in cui distruggiamo la natura non più per la sopravvivenza, ma per alimentare la squallida sete di ricchezza, quei popoli antichi ci appaiono lontanissimi.
Eppure loro sapevano ascoltare.
Il capo estrae un piccolo vaso di argilla, pieno di un’idromele scuro e profondo. Lo solleva verso l’alto, al cielo ancora scuro, e pronuncia una preghiera nella sua lingua antica, un suono gutturale e solenne che si perde tra gli alberi. Invoca protezione per il lungo cammino, per il passaggio dei passi, per la forza dei guerrieri, per la salvezza di chi resta.
Poi, con gesto lento, versa l’idromele sul Ròch dij Gieugh.
Il liquido scorre lungo le coppelle, si insinua nei canaletti di scolo, disegna percorsi scuri sulla superficie chiara della pietra. È un dono, un’offerta liquida che nutre la montagna. Altri guerrieri si avvicinano, deponendo piccole schegge di bronzo, un pugnale cerimoniale, perle di vetro, affidandole alle vaschette della roccia.
La “messa” è finita. La pietra ha ricevuto l’offerta e la preghiera. Il capo tribù si gira verso i suoi uomini: un cenno del capo, un ultimo sguardo verso il villaggio immerso nella luce fredda dell’alba, e la colonna si rimette in marcia, scomparendo tra i larici verso il grande passo.
Vuoi ripercorrerlo anche tu? Ecco come raggiungere il Ròch dij Gieugh:
L’avvicinamento: Superato Usseglio e la galleria paravalanghe, si svolta a sinistra verso Pian Benot, oltrepassando Perinera fino alla frazione Andriera (caratterizzata da un grande prato sulla destra).
Il sentiero: Da Andriera si attraversa il prato costeggiando i frassini fino a imboccare una vecchia pista nel lariceto (la pista dell’acquedotto). Dopo circa dieci minuti di salita decisa, si incontra una freccia metallica rossa che indica la deviazione a sinistra. Da lì, un breve e ripido sentiero ben tracciato conduce direttamente al masso e al pannello illustrativo.
Una volta raggiunta la pietra, facciamo un passo indietro: dimentichiamo il nostro modo di vivere, la nostra frenesia e i falsi valori che ci siamo creati. Portiamo con noi ognuno il proprio Dio e preghiamolo.
Uniamoci alla terra che ci ospita e ci protegge: nessuno dei nostri dèi si offenderà se verrà esaltato su di una roccia in mezzo ad alberi secolari e a montagne alte.
È stato proprio quel vostro Dio a creare tutto ciò, qualunque sia il nome che volete dargli.
E di sicuro, vi ringrazierà.
di Alessandro Baccetti
