IPCA: come morire di lavoro

I Pissabrut dell’Ipca di Ciriè. E’ così che si soprannominavano i dipendenti della fabbrica dell’orrore delle Borche.

Utilizzavano quel nomignolo perché chi lavorava in quell’inferno si ritrovava inesorabilmente a urinare “rosso”. Tutto ciò era il preludio di una malattia che avrebbe portato alla inesorabile e dolorosa morte di 168 dipendenti.
Nel ’56 la Camera del Lavoro di Torino descriveva la fabbrica in questo modo: “L’ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne”.
E’ così che veniva descritta l’Ipca di Ciriè, località Borche, a metà dello scorso secolo. L’Industria Piemontese dei Colori di Anilina, proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, era attiva dal 1922 per la produzione di pigmenti a base di ammine aromatiche, potenti cancerogeni vescicali, la cui pericolosità era stata descritta fin dal 1895 dal chirurgo tedesco Ludwig Rehn.
C’era anche un medico che lavorava nella fabbrica e che doveva occuparsi della salute dei dipendenti. Lui consigliava agli operai che urinavano rosso di bere meno vino e più latte. Ecco alcune testimonianze scaturite durante il processo: “Gli operai usano tute di lana (che si procurano in proprio perché il padrone non fornisce niente) in quanto la lana è l’unico tessuto che assorbe gli acidi senza bruciarsi… anche i piedi li avvolgevamo in stracci di lana, e portavamo tutti zoccoli di legno, altrimenti con le scarpe normali ci ustionavamo i piedi.
I topi che entravano morivano con le zampe in cancrena. I topi non portano zoccoli“. “Quelli che lavorano ai mulini dove vengono macinati i colori orinano della stessa tinta dei colori lavorati (blu, giallo, viola, ecc) fin quando non si comincia ad orinare sangue“.
“Quando lavoravo lì, c’era un paio di guanti in tutto per sei persone addette. Mi sono bruciato parecchie volte e ho ancora le cicatrici sulle mani“. “I colori e gli acidi che si sprigionano corrodono tutto, anche le putrelle del soffitto sono tutte corrose; figuriamoci i nostri polmoni, il nostro fegato, le nostre vie urinarie“.
“In tutta la fabbrica ci sono solo alcuni aspiratori collocati sopra i tini dove viene fatto cuocere il materiale, ma non aspirano tutto. Evitano soltanto che si muoia subito e ci permettono di morire con un po’ più di calma.
Una volta un aspiratore si è fermato e le 15 persone che erano nel reparto sono cadute in terra intossicate, e abbiamo dovuto salvarle portandole fuori“. “Ora, ripensando a quei tempi, mi rendo conto perché durante la lavorazione non c’erano mai i grandi capi o i padroni. Perché loro sapevano il rischio mortale che si correva a manipolare la betanaftilamina“.
“Ricordo che una volta, nel mio reparto, venne a curiosare il figlio del dott. Graziano, chimico responsabile dell’IPCA. Questi, presenti io e altri due operai, vedendo il figlio che si avvicinava troppo a noi, mentre lavoravamo betanaftilamina, si allarmò e gli disse: “Togliti di lì, che quella roba fa venire il cancro“.
Il comune di Ciriè ha acquisito il sito ex Ipca e ex Interchim per procedere alla difficile bonifica e recuperare l’area senza per questo cancellare la memoria del sito ma, al contrario, farne un luogo di memoria, di monito e di monitoraggio affinché non capiti più di andare a lavorare non sapendo di andare a morire.

Alcune immagini attuali della fabbrica
Nel 1997 , al termine di un lungo e tortuoso processo, i titolari, i dirigenti ed il medico dell’azienda vengono condannati per omicidio colposo. Nonostante ciò, l’IPCA chiude definitivamente i battenti nel successivo 1982.
La memoria dell’Ipca è racchiusa sia nei suoi archivi, sia nella documentazione del processo intentato dai due operai simbolo: Benito Franza ed Albino Stella. Non dimentichiamo…. Ciriè è anche questo.
Fa parte della nostra storia. 
 
di Alessandro Baccetti
Credit immagine: https://www.albyphoto.it
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