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Mettiamoci In Ascolto

C’è un altro posto misterioso e magico che domina con la sua presenza ingombrante e silenziosa un lembo di terra a due passi da casa nostra.

Nel bel mezzo delle Valli di Lanzo-precisamente incastonato sopra l’abitato di Chiaves, in Valle Tesso, lungo il suggestivo percorso che parte dalla Sistina e sale verso il Lago di Monastero- c’è un agglomerato di rocce dove per millenni i nostri avi hanno pregato, sognato, fantasticato e vissuto la parte più mistica della loro stessa vita.

Ai tempi in cui lo spiritualismo era parte integrante e viscerale della società, gli uomini sapevano ascoltare la pietra e sapevano elevare veri e propri santuari a cielo aperto per raccogliere le loro preghiere. Questo straordinario masso erratico, il Roc del Gal, fu scolpito dal tempo e frequentato millenni fa dai Salassi, ed è rimasto miracolosamente qui, intatto. Un guardiano di roccia che nessuna mano d’uomo e nessuna intemperia è riuscita — o forse ha mai osato — scalfire.

Certo, le preghiere ancestrali non riguardavano la richiesta di ricchezza di beni materiali o di chissà quale altra inutile vanità che farebbe un uomo del nostro secolo. A quei tempi le preghiere erano rivolte alla fine delle carestie, alla protezione dei raccolti, alla fertilità della terra e alla benevolenza degli spiriti che popolavano le vette, i boschi e le acque.

Si pregava per sopravvivere alla furia dell’inverno, per invocare la luce dopo il lungo buio e per chiedere protezione durante i pericolosi passaggi attraverso i valichi alpini, affidando la propria esistenza a un ordine cosmico che l’uomo sentiva potente e misterioso.

Se ti metti lì, appoggiato con la schiena alla corteccia ruvida di una vecchia quercia che ha visto passare i secoli, puoi quasi sentire il respiro del tempo. Chiudi gli occhi per un istante, e vedrai sfilare davanti alla pietra l’intera umanità delle nostre montagne.

Prima ci sono loro, i Salassi, figli fieri di queste valli. Si stringono attorno al masso mentre il fuoco della notte si spegne lentamente. L’officiante celtico traccia segni invisibili nell’aria e incide la roccia con coppelle rituali, offrendo il proprio silenzio agli dei della terra.

Poi il mondo cambia, la storia accelera, e ai piedi del Roc del Gal arrivano le insegne e i sandali ferrati dei romani. La pietra, che prima accoglieva i misteri della natura selvatica, viene lambita dai conquistatori venuti da Roma, che impongono il loro ordine, le loro leggi e i loro culti imperiali, sovrapponendo nuove rotte e nuovi confini a sentieri che erano antichi già quando loro sono arrivati.

I secoli scorrono come l’acqua dei torrenti di montagna, e al rito pagano succede la luce severa e raccolta del rito cristiano. Le valli si popolano di croci, piloni votivi e cappelle di pietra erette a marcare la protezione divina contro i demoni dei boschi. È in quest’epoca che il masso, con la sua forma contorta e sinistra, viene battezzato dalla gente del posto con un soprannome che ancora oggi fa correre un brivido lungo la schiena: “Roc del Gal”, un nome che nasconde in realtà l’antico mito di una creatura ibrida, a metà tra un gatto e un serpente, il leggendario “serpegatto” delle nostre valli. Un guardiano mefistofelico capace di pietrificare con lo sguardo chiunque osasse avvicinarsi alla pietra senza rispetto. La fede cristiana cerca di esorcizzare questa paura, ma il popolo continua a guardare quel sasso con un timore nuovo, cercando nella sua mole un punto fermo nel caos del mondo.

E infine, quando la storia sembra farsi più buia e feroce, ecco arrivare gli uomini in armi della Resistenza partigiana. Ragazzi venuti dai paesi e dalle case della pianura, che in quei boschi e attorno a quelle rocce cercavano non solo un rifugio, ma il senso stesso della dignità umana. Proteggevano la libertà di esistere e di resistere liberi alla furia cieca degli uomini; una furia distruttiva che, nei secoli, ha incendiato il mondo ma che non è mai riuscita, neppure per un istante, a scalfire la nuda e ostinata maestacia di questa pietra.

Ecco perché oggi, quando ci si incammina lungo il sentiero che sale tra Traves e Ceres, bisognerebbe avvicinarsi al Roc del Gal non come semplici turisti in cerca di un panorama, ma come pellegrini silenziosi.

La pietra non appartiene a nessuna religione in particolare, eppure le attraversa tutte: è stata altare dei Salassi, confine per i Romani, spauracchio di superstizioni cristiane e baluardo di libertà per i partigiani. È un luogo sacro che va al di là dei dogmi, custodito dalla terra e scolpito dal cielo.

Salite a visitarlo.

Mettetevi lì, appoggiate la mano sulla sua roccia millenaria e lasciate che il rumore del mondo si spenga. Scoprirete che quel sasso silenzioso, capace di sfidare i secoli, ha ancora qualcosa da sussurrare a chiunque sappia mettersi in ascolto.

di Alessandro Baccetti

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