Streghe!
Beatrice Borgnati e Margherita Corderi: Streghe tra Ciriè e Nole
C’era una terra, a cavallo tra Ciriè e Nole, dove la nebbia non saliva semplicemente dai campi: ristagnava, si aggrappava ai rovi e pareva avere una volontà propria.
Lì, dove i pioppi marcivano nell’acqua stagnante, sorgevano due catapecchie, fatte di fango, pietre e tetti di paglia marcia.
In quei tuguri vivevano Beatrice e Margherita.
Erano vedove, sole, e portavano addosso il marchio del tempo e della terra. Avevano l’aspetto di vecchie gazze spelacchiate: la pelle cotta dal sole e dal fumo di legna verde, le mani nodose, i capelli stopposi e arruffati che sfuggivano ai fazzoletti lindi solo a metà.
Nel paese si diceva che non parlassero quasi mai tra loro, eppure si capivano con un cenno della palpebra o un fischio sordo, come due cornacchie appollaiate sullo stesso ramo secco.
Erano vedove senza figli, o almeno così dicevano. Ma la gente del borgo sussurrava altro. Nelle notti d’inverno, quando il gelo spaccava i tini, chi rincasava tardi giurava di aver sentito voci infantili ridere dietro le loro porte, o piccole ombre correre a rotta di collo tra i campi di granoturco secco. Poi, a un tratto, il silenzio. E di quei bambini non si era saputo più nulla, come inghiottiti dalla terra grassa della pianura.
In paese le accusavano di tutto, e la verità è che non si sforzavano poi molto di smentire.
Se una mucca, all’improvviso, smetteva di dare latte e iniziava a buttare siero giallo, la colpa era di Beatrice, che aveva guardato la bestia con un occhio solo mentre passava col carro.
Se la zuppa di un contadino sapeva di terra bruciata o la febbre inchiodava a letto un intero casolare, sapevano tutti che Margherita aveva mescolato nella pentola polvere di rospo e foglie di mandragora colte nelle notti di luna storta.
Si diceva persino che sapessero mutarsi in lepri spelacchiate per saltare i fossi e che, quando il vento soffiava da nord, si dilettassero a far sbadigliare i torrenti fuori dai letti per allagare i campi dei vicini più arcigni. Insomma, facevano esattamente tutto ciò di cui la paura del villaggio le accusava, magari solo per il gusto di non passare le giornate a fare la calzetta.
La misura, ovviamente, finì col colmarsi.
Fu una notte di fine autunno, quando l’aria sapeva di marcio e di brina. Un mormorio sordo e pesante si levò dal centro di Ciriè e risalì la strada sterrata fino ai confini con Nole.
Non era il vento.
Era la comunità.
Uomini con le facce buie illuminate da torce a vento, stretti nei tabarri pesanti di lana cotta, armati di forconi da fieno, pali di castagno e pale da forno.
Guidati da un capomastro con gli occhi sgranati dalcol e dalla strizza, arrivarono davanti alle due catapecchie urlando come indemoniati.
— Fuori, figlie del malanno! Fuori i vostri demoni! — urlavano, brandendo i forconi contro le pareti di fango.
Dalle finestrelle sbarreate non uscì un gemito. Poi, la porta di legno tarlato di Beatrice scricchiolò e si aprì lentamente. Sulla soglia comparvero loro due. Erano immobili, illuminate dal chiarore arancio e ballerino delle torce. Non avevano un’aria spaventata; sembravano piuttosto due vecchie comari infastidite perché qualcuno aveva bussato alla porta durante la recita della sera.
Margherita teneva in mano un vecchio paiolo di rame annerito, fumante di un intruglio che sapeva di aglio selvatico e carcassa. Beatrice, con un sorriso sdentato che le tagliava la faccia in due, si grattò placidamente la spalla con uncinetto di ferro.
— Fate piano con quei forconi, giovanotti — gracchiò Beatrice, la voce roca che pareva ghiaia mossa dal vento. — Che se vi parte una punta e mi bucate la porta, poi chi la aggiusta? Voi? Con quel muso da vitelli che vi ritrovate?
— Bruciate! Bruciate i vostri sortilegi, streghe! — urlò uno dei contadini, facendosi avanti con la torcia alta, sudato freddo ma deciso a fare l’eroe.
Le due donne si scambiarono un’occhiata complice. Un guizzo di divertimento perverso brillò in quegli occhi vecchi come il fango.
— I nostri demoni? — mormorò Margherita, sollevando il paiolo. — Ma cari miei… non li teniamo mica chiusi qui dentro.
Con un movimento secco, rovesciò il contenuto fumante del paiolo non addosso agli uomini, ma per terra, proprio davanti alla soglia.
Ci fu un istante di silenzio irreale. Poi, dal terreno battuto, l’acqua fangosa cominciò a ribollire sul serio, sprigionando una foschia densa, violetta e dolciastra che sapeva di menta selvatica e di pioggia vecchia. Dalla nebbia non uscirono belve infernali né mostri con le corna, ma un coro stridulo, improvviso, di decine e decine di risate infantili, leggere come il fruscio delle foglie secche trascinate dal turbine.
I contadini fecero tre passi indietro all’unisono, il sangue gelato nelle vene, i forconi che tremavano come giunchi. Qualcuno lasciò cadere la torcia nel fango; qualcun altro fece il segno della croce così in fretta da quasi darsi un pugno in un occhio.
Beatrice e Margherita rimasero lì, sulla soglia, a guardare quella masnada di uomini barbuti che fuggiva a gambe levate nella notte, inciampando nei propri mantelli e urlando come bambini spaventati dal buio.
Quando la strada fu di nuovo deserta, l’ultima torcia si spense sfrigolando nella pozzanghera. Le due donne rientrarono nel tugurio, chiudendo il catenaccio con un tonfo sordo.
C’è chi dice che abbiano continuato a vivere lì per anni, e chi giura che quella notte stessa, seguite da un mormorio di ombre leggere, abbiano preso il sentiero verso i boschi, lasciando a Ciriè e Nole solo il freddo della nebbia e la strizza nera nei ricordi della gente.
Quando la strada fu di nuovo deserta, l’ultima torcia si spense sfrigolando nella pozzanghera. Le due donne rientrarono nel tugurio, chiudendo il catenaccio con un tonfo sordo.
C’è chi giurò che quella notte stessa, seguite da un mormorio di ombre leggere, avessero preso il sentiero verso i boschi, svanendo nel nulla.
Ma la realtà, registrata con inchiostro ferroso e calligrafia rigida sui vecchi libri dei giudici e dei notai di Ciriè, fu ben più terrena e spietata di una fuga nella nebbia.
Quei pettegolezzi da cortile, le mucche senza latte e i sospetti sui bambini svaniti bastarono a mettere in moto la macchina implacabile della giustizia del tempo.
Poco tempo dopo quella notte, le grida dei contadini si trasformarono in manette di ferro e catene. Beatrice Borgnati, prelevata a forza dalla sua catapecchia di Nole, e Margherita Corderi, strappata alla sua tana, finirono rinchiuse nelle celle buie e umide del palazzo di giustizia di Ciriè. Subirono mesi di detenzione feroce, tra interrogatori a lume di candela e confessioni estorte col terrore.
I registri dell’aprile del 1477 parlano chiaro e non lasciano spazio a fiabe a lieto fine. Per loro non ci fu scampo: giudicate colpevoli di malefici e stregoneria, furono condannate ad affrontare il giudizio del fuoco.
Nei documenti polverosi dell’archivio, i loro nomi rimasero intrappolati per sempre, legati alla data della loro esecuzione al rogo nelle piazze di Ciriè. Da allora, nei secoli, la nebbia tra Ciriè e Nole ha continuato a scendere fitta, ma il fumo di quella notte ha smesso di disperdersi, trasformando due povere donne reiette nelle leggende più ostinate del Canavese.
di Alessandro Baccetti
