San Sèrie
San Sèrie: Viaggio nel Medioevo tra plebe e marchesa
Per chi è dovuto rimanere in casa in questo agosto bollente, dove anche uscire per prendere una boccata d’aria sembra letale, l’unica salvezza è viaggiare senza spostarsi da un ventilatore che sputa aria tiepida.
Sentiamo spesso dire: “si stava meglio quando si stava peggio”, “ai miei tempi…”, “quando non avevamo niente avevamo tutto”, “quando c’era lui…” – ah no, scusate, quello proprio no.
Allora andiamo indietro fino all’anno 1337.
Nel viaggio possiamo permetterci di scendere in strada lungo la via maestra, tanto il cambiamento climatico non è ancora in atto e l’aria ha quel profumo aspro di fango e legna umida. È la festa del patrono della città, San Ciriaco (che a Ciriè chiamano affettuosamente San Sèrie) – che si celebra ogni anno «come si celebra il Natale» – e chi si permetterà di lavorare in quel giorno verrà punito con una multa salata: la regola parla chiaro, “ad chi lavorava veniva inferta una punizione”. Non ditelo ai dipendenti del Bennet e della Coop, che a Ciriè si incazzerebbero non poco a sapere che nel XIV secolo la sosta festiva era un obbligo blindato da Statuto.
Il pomeriggio della festa scorre lento e pesante sotto la cappa di un’aria immobile, mentre la città osserva religiosamente il divieto assoluto di lavorare.
Ma la festa non significa clemenza, e l’atmosfera si tinge presto di un cupo noir domestico.
Camminando tra le campagne e sbirciando furtivamente dentro le case dei ciriacesi, ci si imbatte in scene di ordinaria e legalizzata violenza tra la plebe: i capi famiglia esercitano il loro diritto secondo il capitolo dedicato ai “modi di correggere la propria famiglia”, dove è esplicitamente concesso di picchiare i propri congiunti — che si tratti della moglie, della nuora, dei figli, dei servitori o dei fratelli conviventi — come castigo senza pena o multa, a patto però di fare attenzione a non esagerare, poiché la percussione non deve assolutamente causare fuoriuscita di sangue o gravi lesioni.
Spostandosi verso i luoghi più isolati e bui del borgo, la tensione non cala. Si scorgono gruppi di uomini nascosti alla chetichella in qualche angolo cieco, intenti a violare il bando del Borgo che vieta rigorosamente “il gioco”: dadi scommessi in fretta e furia, con la costante paura di essere sorpresi dalle ronde.
Poco più in là, tra i campi e i frutteti della periferia, un ragazzino incauto viene beccato in flagrante mentre scuote un albero per rubare della frutta altrui: se di giorno la punizione è di 5 soldi di ammenda oltre al risarcimento dei danni stimati dai campari, di notte la pena raddoppia a 20 soldi, rischiando persino la frusta o l’orecchio mozzato se non si può pagare.
Poi, finalmente, la notte si consuma e l’alba porta con sé l’inizio del grande mercato sulla Via Maestra.
Sotto i portici, i mercanti della plebe sistemano le proprie bancarelle pretendendo quell’apertura regolamentare di sei piedi indispensabile per consentire il passaggio sicuro di ambulare pedester et equester. Ogni merce ha il suo posto stabilito per facilitare la riscossione delle tasse (leyda, curaja o bancaggio), e guai a vendere altrove: per i non residenti la trasgressione costa immediatamente due soldi.
Intorno ai banchi si consuma il teatrino della misura perfetta: il grano si misura con l’emina livellata dalla randa (pena di due soldi per i trasgressori), il vino fluisce ad quartinum con multe salate per chi trucca la misura o tace il prezzo, la carne viene esposta in mezzena salata, e per il pesce c’è l’apposito portico Odonis de Basolino. Chi sgarra nei mercati o ruba tra i banchi affronta sanzioni da 10 a 60 soldi o pene corporali.
Ora, dopo aver fatto questo tuffo nel passato tra botte regolamentari, dadi clandestini, tasse sulle accise e mercati medievali, la domanda sorge spontanea:
…ma se vi ritrovaste nella Ciriè del 1300, spostereste le lancette al volo per tornare al 2000 o restereste lì ad attendere le clemenze della marchesa?
di Alessandro Baccetti
