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Il Segreto di Cantoira

Il segreto millenario di Cantoira: l’enigma del dolmen tra storia e leggenda

C’è qualcosa di straordinario nascosto tra i nostri monti, un segreto millenario che il mondo intero ci invidierebbe se solo sapesse della sua esistenza. Ma siamo nelle Valli di Lanzo, dove i tesori più profondi non urlano mai la loro presenza, e tutto tace.

Salendo a Cantoira, lungo i sentieri che costeggiano il torrente, si cela un monumento che sfida il tempo e la distrazione di chi cammina senza guardare: il dolmen di Cantoira.

Non si tratta di un semplice cumulo di sassi, ma di una ciclopica struttura megalitica riconosciuta ufficialmente dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte tra i monumenti megalitici della Val Grande di Lanzo. Rappresenta una rara e preziosa testimonianza della civiltà della pietra e della frequentazione preistorica di queste aree alpine montane.

Gli studi archeologici — in particolare le ricerche condotte nell’ambito delle pubblicazioni della Società Storica delle Valli di Lanzo — collocano la sua origine tra la fine del Neolitico e l’Età del Rame, ovvero tra la fine del quarto e il terzo millennio a.C.

Parliamo di un’epoca lontanissima, ben precedente all’arrivo dei Celti e dei Romani, quando gruppi umani di cui oggi avvertiamo solo l’eco decisero di spostare massi imponenti per erigere un altare o un punto di riferimento sacro, ispirandosi a modelli di architettura megalitica diffusi in quel periodo in Europa occidentale. Un portale di pietra grezza, levigato solo dal vento e dai secoli, che custodisce ancora intatto il mistero di chi lo ha voluto, pensato e costruito in mezzo a queste valli.

Qui la storia non si legge sui libri, ma si calpesta.

Nel corso dei secoli, attorno a quel blocco di pietra ciclopica si sono consumate le esistenze di generazioni intere: pastori che vi si riparavano durante i temporali improvvisi, taglialegna stanchi che appoggiavano la schiena a quel freddo monolita, e contadini che guardavano a quel masso come a un confine immutabile tra il mondo degli uomini e i misteri del bosco.

C’è stata un’epoca in cui ogni pietra come questa aveva un nome, una funzione arcana, forse un timore reverenziale legato ai culti della terra e ai segreti tramandati sottovoce vicino al focolare. Uomini e donne la cui vita dipendeva unicamente dal ritmo delle stagioni, che vedevano in quel portale megalitico un legame invisibile con chi li aveva preceduti nella valle.

E oggi? Oggi tutto è cambiato e, al tempo stesso, è rimasto uguale.

Il viandante di passaggio o il turista distratto salgono lungo i sentieri di Cantoira con lo sguardo incollato allo schermo di uno smartphone o persi nella fretta di raggiungere la meta. Gli passano letteralmente accanto, a pochi centimetri, senza voltarsi, senza avvertire il brivido di un’energia millenaria. Per loro quel portale di pietra è solo un mucchio di sassi di risulta, un accidente geografico insignificante da superare in fretta. Non sanno — o forse non vogliono più sentire — che quella pietra respira ancora la storia di chi ha costruito, lottato e sognato in queste valli molto prima di noi.

E adesso raccogliamo la sfida:

Se hai il coraggio di metterti davvero alla prova, spegni quel telefono. Togliti le cuffie da cui esce l’ennesima hit pop estiva, sfilati la tutina tecnica firmata all’ultimo grido, quel cappellino a visiera americano con la scritta fosforescente e slacciati le scarpe da trekking super accessoriate da vetrina. Sputa via la sigaretta elettronica che continui a tirare fuori dal marsupio ogni due passi per ingannare il fiatone.

Se vuoi davvero incontrare il dolmen di Cantoira, devi spogliarti di tutto questo. Devi diventare nudo di fronte alla storia.

Raggiungerlo è un rito di sottrazione: parti dall’abitato di Cantoira, risalendo verso le pendici e i valloni laterali nei pressi del Rio Combin, seguendo i vecchi sentieri che profumano di terra umida, felci e resina.

Lasciati alle spalle le comodità dell’asfalto e i bar del centro. Procedi in silenzio, affidando i piedi alla nuda pietra dei sentieri mulattieri, calpestando lo stesso muschio che i nostri antenati pestavano millenni fa.

Arrivato in prossimità del sito, rallenta il passo.

Fermati prima di urtarlo con la tua distrazione.

Rimani in ascolto, senza schermi accesi a illuminarti il volto, senza musica artificiale nelle orecchie.

Solo allora, quando il fruscio del bosco e il battito del tuo stesso cuore prenderanno il sopravvento, potrai guardare quel portale megalitico negli occhi e capire che la montagna, alla fine, si concede soltanto a chi sa spogliarsi del superfluo.

di Alessandro Baccetti

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