CIRIè NEL TEMPO

L’Eco delle Pietre

L’eco delle pietre: il viaggio dei Celti nel cuore sacro delle nostre Valli

Se cerchiamo magia e misticismo, non abbiamo bisogno di chiuderci dentro una setta o di ascoltare le parole vuote dei tanti guru che vagano per la terra. In realtà, la sapienza è molto più vicina di quanto immaginiamo: ci basta uscire, allontanarci dal cemento e calpestare la nostra terra, che ancora detiene segreti e magie che la frenesia di questo triste quotidiano sta cercando, invano, di cancellare.

Dobbiamo cambiare direzione e cercare rifugio in luoghi affascinanti come solo le nostre valli riescono a consegnarci.

Siamo a Chialamberto. Sedetevi, ora, su questo tronco d’albero che giace qui, abbattuto dai secoli, e lasciate che lo sguardo si posi su quella roccia davanti a voi.

Vedete quella piccola cavità, quella coppella scavata nella pietra? Non è un caso, né un semplice segno del tempo. È il punto di contatto.

Ripercorriamo i passi dei nostri antenati.

Che fossero Salassi o Graioceli, poco importa: appartenevano entrambi alla grande stirpe celtica, una rete di tribù che vedeva in queste terre, in questo lembo di valli che abbracciano Cirié e si arrampicano verso i ghiacciai, un luogo fondamentale per il dialogo con l’invisibile.

Adesso, con la mente libera, osservate. Il bosco intorno a voi sembra vibrare. Da dietro le grandi conifere, un gruppo di uomini, donne e bambini emerge con passi felpati.

Vestono abiti di lana grezza, tessuta con i colori della terra: ocra, bruno, verdi profondi che si mimetizzano tra le fronde. Le loro tuniche, strette in vita, sono segnate da trame a quadri che narrano la loro appartenenza a un clan.

Al collo, gli uomini portano torques in bronzo, collari rigidi che brillano leggermente nel riverbero del sole; le donne hanno fibule d’argento che tengono ferme le loro coperte, e piccoli amuleti di corno o pietra grezza pendono dai loro vestiti come scudi contro il male.

Si avvicinano alla pietra che state osservando.

Non c’è rumore, solo il respiro del vento. Un druido, il volto segnato da rughe profonde e gli occhi di un azzurro vivido, si fa avanti. È il momento del rito.

Immaginate il silenzio che scende: è un silenzio denso, sacro. Una delle donne si inginocchia davanti alla coppella. Con un gesto cerimoniale, versa dell’acqua attinta dalla sorgente più vicina, mescolandola con poche gocce di vino – frutto della fatica dei campi – o forse un’offerta liquida di latte.

La coppella, che voi vedete ora come una semplice cavità, in quell’istante si trasforma: diventa un calice per la terra stessa.

Lo fanno per gratitudine, per ringraziare le forze che abitano il sottosuolo, quelle divinità femminili che governano la fertilità dei boschi e la purezza delle acque. Il rito è una negoziazione continua: offrono qualcosa al mondo visibile affinché il mondo invisibile protegga il loro gregge, i loro figli, la loro vita che corre sul filo delle stagioni.

Mentre osservate, capite che non stanno adorando un idolo, ma stanno celebrando l’equilibrio. Sanno bene che se la montagna non viene rispettata, la montagna non darà frutti.

Il gruppo si allontana, svanendo tra le ombre lunghe del pomeriggio, lasciando dietro di sé solo l’odore acre del fuoco e la pace di una promessa rinnovata. Siete rimasti soli, seduti sul vostro tronco, con lo sguardo fissato sulla coppella di Chialamberto.

Forse, se aguzzate la vista e guardate la disposizione di quei fori, vi accorgerete che non sono lì per caso. Disegnano le costellazioni, come quella delle Pleiadi, con una precisione che sfida i millenni.

Ora la vedete per quello che è davvero: non un segno isolato, ma una parola in una lingua che avevamo dimenticato come leggere.

La magia non è svanita. È solo in attesa che qualcuno, ancora, decida di sedersi ad ascoltare il racconto inciso nella pietra.

di Alessandro Baccetti

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