EDITORIALI

Il Ponte di Forno

Il Ponte di Forno e il viaggio della Sindone: pietra, fatata memoria e secoli di cammini

C’è un angolo nelle Valli di Lanzo in cui il tempo non si è semplicemente fermato: ha cambiato passo, rallentando fino a farsi pietra e leggenda.

Anno 1477.

La Valle di Viù porta ancora le cicatrici profonde della grande alluvione che pochi anni prima ha quasi cancellato i borghi lungo lo Stura. Qui a Lemie — il cui nome, lo si sussurra da sempre, affonda le radici nel latino lamiae, il luogo delle fate — la comunità non si arrende. C’è bisogno di un passaggio sicuro, di un’arteria di pietra che sfidi le piene e raccordi l’antica mulattiera.

A volerlo e finanziarlo sono i fratelli Goffi, uomini di polso e di visione. Non un’opera qualsiasi, ma un ardito arco a schiena d’asino. Il motivo è economico quanto vitale: a Forno pulsava il cuore duro della Valle, con i forni fusori per il trattamento dei minerali estratti poco più a monte, nelle viscere della montagna — tra i filoni di ferro e rame coltivati nei valloni laterali e sulle pendici circostanti.

Se la struttura originaria porta con sé la fatica di quel XV secolo, nei secoli successivi il ponte ha saputo adattarsi al tempo: intorno al 1830 fu infatti sottoposto a importanti lavori di consolidamento e rinforzo strutturale delle sue arcate in pietra per reggere il passo dei viandanti, prima della nascita della nuova strada provinciale.

Costruirlo e mantenerlo fu un’impresa titanica. Immaginate le mani screpolate dei muratori dell’epoca, la fatica immane di squadrare i blocchi nel gelo tagliente dei mesi freddi, l’acqua torbida e minacciosa dello Stura.

E poi, lassù sul colmo dell’arcata maggiore, l’edicola votiva. Un capolavoro non solo di devozione, ma di ingegneria popolare: quel piccolo tempietto serviva a “pesare”, a stabilizzare il centro esatto della struttura, aumentando la spinta laterale dei conci di pietra. Una protezione celeste e strutturale insieme.

Da allora, quel ponte di passi ne ha visti un’infinità.

Hanno iniziato i minatori con il volto nero di carbone e fatica, i contadini carichi di fascine e speranza, i briganti in fuga tra i boschi ombrosi e i fuggitivi di ogni tempo.

C’è poi un capitolo solenne che attraversa la valle: nel settembre del 1578, mentre il Sacro Lino veniva trasferito da Chambéry a Torino, si narra che il parroco lemiese Don Caccia ospitò la Sacra Sindone nei pressi della parrocchiale e a San Michele.

Ma se la grande storia passa alla luce del sole, la notte la musica cambia.

Fin dalla sua nascita, le fate non hanno mai abbandonato quel varco. E in quella notte di settembre del 1578, quando il telo più misterioso della cristianità avanzava tra le valli, la leggenda sussurra che il suo passaggio non fu solo scortato dagli uomini, ma vegliato da loro: le fate e le masche, nascoste silenziose tra i rami fitti dei boschi a osservare il corteo sacro con occhi luminescenti, pronte ad aleggiare sul Ponte di Forno per proteggere il passaggio di un mistero grande quanto il mondo.

Un invito oltre il tempo

Se vi spingete fin qui, tra i boschi e le acque spumeggianti della Valle di Viù, lasciate che il viaggio diventi qualcosa di più di una semplice gita fuori porta. Il Ponte di Forno vi aspetta, testardo e fiero nella sua pietra antica, pronto a raccontarvi secoli di fatica, di fumi di forgia e di passi perduti.

Quando passerete a visitarlo fatelo con passo felpato e con sguardo vigile. Fate attenzione a non fare rumore e a non disturbare quei suoni che si odono. Sembrano in lontananza ma in realtà sono proprio lì vicino a voi. Vi stanno accanto e accompagnando verso un nuovo viaggio, una nuova meta. Forse vi stanno scambiando per le loro amiche masche e il mistero del vostro nuovo viaggio sarà scoprire che la Valle non vi ha semplicemente ospitato, ma vi ha custodito tra i suoi segreti più antichi.

di Alessandro Baccetti

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