Il Re Dimenticato
Il Re dimenticato: viaggio lungo LA STURA, l’anima di Cirié
Ci siamo soffermati a lungo sui monumenti, sui nobili e sui personaggi della nostra città, elogiando le gesta di chi ha scritto la storia tra le pieghe del tempo. Abbiamo girovagato tra epoche diverse, raccontando il prestigio di marchesi e la fatica della gente comune che ha reso possibile la nostra presenza qui, su questo lembo di terra sospeso tra le Valli di Lanzo e il Canavese. Ma, nel celebrare gli uomini, ci siamo dimenticati di lui.
Se oggi la vita qui è possibile, se le nostre comunità hanno potuto prosperare nei secoli, lo dobbiamo esclusivamente alla sua costante, silenziosa presenza: IL TORRENTE STURA.
Antiche civiltà sapevano elevare a divinità le stelle, i mari e gli alberi, pregando i fiumi come custodi della vita. Noi, invece, lo abbiamo rimosso. Lo cerchiamo solo d’estate, in quei pochi giorni di afa insopportabile, per bagnarci nelle sue acque; ci accorgiamo di lui solo quando, con forza ancestrale, cerca di ribellarsi alla nostra prepotenza, straripando e reclamando il suo spazio d’onore nella natura.
Eppure, la Stura è il vero Re del nostro territorio. Nessun conte, nessuna duchessa, nessun titolo nobiliare ha saputo fare ciò che ha fatto questo torrente.
Il suo viaggio è un miracolo che parte da lontano: nasce tra le vette del Gruppo del Gran Paradiso, un’esile goccia che scende tra le rocce, si ingrossa tra i canaloni alpini e corre veloce attraverso le Valli di Lanzo. Scivola nel cuore del nostro territorio per poi continuare la sua corsa verso la pianura, fino a concludere il suo lungo cammino abbracciando il Po, alle porte di Torino.
Già nel Trecento, come ci raccontano le cronache storiche e gli studi di Sismonda, il territorio aveva compreso il valore di questa risorsa. Nacque allora il grande progetto di domare la sua forza: la costruzione di una complessa rete di bealere, come quella del Ricardesco, che portò l’acqua direttamente nel cuore di Cirié.
Grazie a quell’acqua, il nostro borgo si trasformò: i mulini a grano spuntavano a iosa, le fucine alimentate dalla corrente battevano il ferro, e in seguito le cartiere divennero il vanto della nostra manifattura. Grazie alla sua portata costante, la terra divenne giardino e la sussistenza fu garantita.
L’abbiamo umiliato, inquinato – chi non ricorda i decenni in cui gli scarichi industriali e chimici, non filtrati, ne hanno ferito la biodiversità, trasformando le sue acque in specchi opachi? – e, soprattutto, ignorato. Abbiamo dimenticato che la sua salute è la nostra.
Ricucire il legame tra natura e uomo non è solo un atto di nostalgia, è l’unica via d’uscita per la nostra sopravvivenza. È l’unico motivo per smettere di essere un’umanità senza rispetto, incapace di guardare oltre il proprio effimero presente. La Stura non è un canale di scolo o un capriccio della geografia: è la linfa che ci ha fatto diventare ciò che siamo.
Torniamo a guardare il fiume non come un oggetto, ma come un antenato da rispettare. Perché, in fondo, come diceva Eraclito: “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”. Ogni volta che lo osserviamo, è una storia nuova che scorre, ed è ora che torniamo a farne parte.
di Alessandro Baccetti
