Il Sangue Sulla Piazza
Il Sangue sulla Piazza: Una storia di ribellione tra Ciriè e Nole
Il colore della memoria
Provate a chiudere gli occhi per un istante e a cambiare prospettiva.
Dimenticate i colori brillanti di oggi, le insegne luminose, il rumore del traffico moderno. Spegnete la luce e lasciate che i paesaggi tra Ciriè e Nole sfumino nei toni del grigio, del seppia e del fango di un tardo inverno del 1944. Le strade non sono asfaltate; sono strisce di terra battuta che si perdono nelle campagne spoglie, accarezzate da una nebbia sottile che sale fredda dalla Stura.
Guardate la gente che cammina per le piazze.
Cambiate i loro abiti: non ci sono giacche a vento o scarpe firmate, ma pesanti cappotti di fustagno consumato, scialli di lana nera sulle spalle delle donne, cappelli di feltro calzati fin sulle orecchie per ripararsi dal freddo e zoccoli di legno che battono sul selciato.
E ora, cambiate la lingua. Se provate ad ascoltare le voci nei vicoli, tra i banchi del mercato o dietro i vetri appannati delle osterie, non sentirete l’italiano. Sentirete una parlata ruvida, tagliente, calda: un piemontese stretto, di quello che si mastica con fatica e orgoglio, la lingua di chi ha la terra sotto le unghie e il lavoro nelle ossa.
In sottofondo, dentro una cucina buia, si sente il ronzio di una vecchia radio a valvole. Gracchia in modulazione AM, tra fruscii e scariche di elettricità statica. Una voce metallica e lontana annuncia notizie di guerra, di bombardamenti, di fronti lontani.
Ma la guerra, quella vera, sta per arrivare proprio qui, dietro l’angolo.
Oggi voglio raccontarvi una storia. Ma non una storia qualunque: voglio raccontarvi una storia di guerra e di pace. Una storia di ribellione e di tradimenti. Una storia di lotte e di rivalità mai superate. Una storia che parte da Ciriè e termina il suo triste viaggio nella vicina Nole.
Correva l’anno 1944.
L’audacia di Ciriè
Era l’inizio di marzo, un mese in cui il vento gelido portava con sé un’aria nuova, elettrica, carica di tensione e di speranza. A Torino gli operai delle grandi fabbriche incrociavano le braccia, sfidando il regime al grido di “Non un uomo, né una macchina in Germania”. Nelle nostre valli, i “ribelli” – i partigiani – decisero che era il momento di far sentire la propria voce, di sostenere quella protesta scendendo a valle per portare la scintilla della rivolta tra la gente.
Il 1° marzo i partigiani occuparono i paesi tra Lanzo e Ceres, interrompendo le comunicazioni e distribuendo volantini. L’entusiasmo era alle stelle. Il 3 marzo si organizzò una colonna di camion che, con le bandiere al vento, scese fiera verso la pianura. Passò da Cafasse, Fiano e Robassomero, raccogliendo sguardi di speranza e gli applausi della popolazione.
Poi, la colonna puntò dritta su Ciriè.
Ciriè in quel momento era presidiata dai soldati tedeschi. Eppure, in un misto di audacia e sfrontatezza giovanile, i partigiani non si nascosero. Sfilarono provocatoriamente davanti al presidio nemico. Fu un momento di una tensione pazzesca, sospeso nel tempo: i ribelli si spinsero fino a consegnare nelle mani dei soldati germanici, sbigottiti e incuriositi da quella parata, un manifesto stampato in tedesco che li invitava a ribellarsi alla folle guerra di Hitler. Un gesto di pace e di sfida al tempo stesso, che si concluse incredibilmente senza che venisse sparato un solo colpo. I partigiani si allontanarono indisturbati, quasi convinti che la giornata si sarebbe chiusa così, con una clamorosa vittoria simbolica.
Ma la guerra sa essere traditrice.
L’euforia è un velo sottile che si squarcia in un attimo.
L’inferno sulla piazza di Nole
All’imbrunire di quello stesso giorno, la colonna partigiana si diresse verso Nole. I mezzi erano stanchi; un paio di carrette si erano guastate e venivano faticosamente trainate a rimorchio da altri autocarri asmatici. L’eccitazione del pomeriggio stava lasciando spazio alla stanchezza e al silenzio della sera.
La colonna entrò a Nole, dirigendosi verso il centro, verso quella classica piazza di forma rettangolare dove la strada, con una curva ad angolo retto, portava verso Lanzo. Ma ad attenderli non c’era la festa dei civili, ormai rintanati nel terrore dietro le imposte serrate. C’era il silenzio di morte di un’imboscata perfetta.
I tedeschi non avevano accettato l’affronto di Ciriè. Avevano preparato una trappola spietata, facilitata forse da qualche soffiata o da una spietata rapidità di manovra.
All’improvviso, da un portone spalancato e dalle finestre buie della piazza, si rovesciò sui camion una valanga di fuoco. Il tempo si fermò, frantumandosi nel rumore assordante dei proiettili che squarciavano il metallo e la carne. Il conducente del primo autocarro fu colpito quasi subito; il mezzo finì con il cofano contro la casa d’angolo, bloccando la via di fuga e intrappolando tutti gli altri alle sue spalle.
In un istante, la piazza divenne un mattatoio a cielo aperto.
Fu allora che l’aria si riempì delle urla disperate della gente: grida di ragazzi poco più che ventenni che fino a poche ore prima cantavano fieri e ora si scoprivano fragili, bagnati dal proprio sangue. Un rosso denso, caldissimo, cominciò a colare dai cassoni di legno dei camion, gocciolando pesante sulla terra battuta della piazza e allargandosi in pozze scure nella penombra dell’imbrunire.
La disperazione dei feriti era straziante. C’era chi invocava la madre nel piemontese stretto della propria infanzia, chi strisciava nel fango cercando un riparo dietro le ruote degli autocarri in fiamme, mentre l’odore acre del gasolio si mischiava a quello ferroso del sangue e a quello della carne bruciata.
I sopravvissuti cercavano una fuga disperata, gettando a terra le armi con le mani che tremavano per lo shock. Solo poche decine di ribelli, accecati dal terrore e dalla rabbia, tennero duro, rispondendo al fuoco da dietro i carri nel tentativo disperato di coprire i compagni che agonizzavano a terra.
Una bomba ben lanciata riuscì persino a mettere a tacere una mitragliera tedesca appostata in un portone, e per tentare di scovare i franchi tiratori i partigiani diedero fuoco ad alcuni fienili. Ma il destino di quella battaglia era già segnato.
Il prezzo del coraggio e il calore della terra
È in quei minuti drammatici che la terra battuta della piazza di Nole si macchiò di sangue illustre. Il capitano dell’aeronautica Elio Broganelli, nome di battaglia Gilardi, cadde colpito a morte, senza un grido. Lui, che aveva sfidato la morte cento volte nei duelli del cielo a bordo del suo aereo da caccia, trovò la fine su quella terra battuta di una piazza di paese. Insieme a lui persero la vita il torinese Dario Carpegna e Marcello Tassero, un ragazzo svizzero residente a Pessinetto.
Molti furono i feriti. Ma è qui, nel momento più buio, che la storia di guerra ritrova l’umanità e si fa storia di solidarietà: nonostante il terrore delle rappresaglie, la gente di Nole aprì le porte per soccorrere e nascondere i partigiani feriti superstiti.
Molti riuscirono a fuggire e a trovare la salvezza verso le montagne, come il giovane Carlo Fumagalli, curato amorevolmente a Balme. Altri quattro feriti, più gravi, vennero trasportati all’ospedale di Lanzo, dove purtroppo la morsa nazifascista li catturò il giorno successivo.
La parata spensierata di Ciriè e l’agguato mortale di Nole rimangono così impressi nella memoria del nostro territorio: due facce della stessa medaglia, unite da pochissimi chilometri di strada e divise dal confine sottile che separa l’illusione della pace dall’atroce, sanguinosa realtà della guerra.
di Alessandro Baccetti
