La Valle degli Dei
Nelle nebbie del tempo: quando le nostre Valli appartenevano agli Dei: I CELTI
Ma se riavvolgessimo la pellicola della storia, oltre la conquista romana, oltre i borghi fortificati?
Spostiamo le lancette del millennio e catapultiamoci all’alba dei tempi, qui nelle nostre Valli di Lanzo, ben prima che il calendario segnasse l’anno zero.
Immaginiamo un mondo arcaico, coperto da “folte boscaglie”, dove l’uomo viveva in simbiosi totale con la terra.
Qui troviamo i Salassi, genti di stirpe celto-gallica: uomini di alta e nerboruta mematura, dal colorito chiaro, occhi cerulei e lunghi baffi che portavano con orgoglio per incutere timore ai nemici.
Non conoscevano mura cittadine; dormivano sull’erba o su giacigli di paglia, forgiando la loro identità tra i ghiacciai e il ventre della terra, che sapevano scavare con incredibile maestria.
Un legame che non si è mai spezzato
Non stiamo parlando di estranei lontani. Molti di noi, abitanti di Cirié e delle Valli di Lanzo, discendono proprio da loro. È per questo che il mondo celtico non è una storia morta, ma un’anima viva che ancora oggi sentiamo radicata nelle nostre montagne. Questo legame si riflette persino nel nostro dialetto: ancora oggi, nel Canavese, l’accento e la pronuncia di molte parole conservano caratteri che contrastano singolarmente con quelli del resto d’Italia, una traccia evidente dell’antica lingua gaelica che i nostri antenati parlavano e che ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra parlata.
È un’eredità che ci parla attraverso la testarda attitudine al lavoro, nei lineamenti del nostro volto e in quel carattere fiero che ci contraddistingue da secoli.
Com’era il loro rapporto con il sacro?
Dimentica le chiese e le cerimonie statiche. Per i Celti, il sacro era ovunque. I loro “templi” erano i nemeton – foreste sacre, sorgenti purissime e cime inaccessibili dove il velo tra il nostro mondo e l’Altrove si assottigliava. Non pregavano in silenzio tra quattro mura, ma celebravano la vita offrendo doni alle acque: gioielli, armi o metalli, gettati nelle sorgenti come gesto di gratitudine verso la terra.
La forgia del metallo stesso era un rito alchemico, un dialogo sacro con gli spiriti della roccia.
L’abbigliamento: segni di un clan
Lontani dall’immagine del “selvaggio”, erano abili tessitori. Vestivano tuniche di lana pesanti, dai colori vibranti estratti dalle radici locali, spesso con trame a quadri. I loro gioielli, come le torques (i collari rigidi), non erano semplici ornamenti, ma amuleti protettivi: un simbolo di prestigio che difendeva la voce e il respiro, l’essenza stessa dell’anima.
Oggi, quando nelle nostre valli organizziamo eventi per ricordare le origini, non stiamo solo facendo folklore. Stiamo celebrando il nostro essere figli di quel popolo di minatori, esploratori e guerrieri.
E voi, guardando oggi le nostre montagne, avete mai percepito quel brivido antico? Se poteste fare una domanda ai vostri antenati Salassi che camminavano su queste valli duemila anni fa, cosa chiedereste loro?
di Alessandro Baccetti
