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Dici Remmert?

Via Remmert, Piazza Remmert, Palazzo Remmert: ma chi erano sti Remmert, e perché oggi ci sembra di vivere a Gotham City?

Negli ultimi tempi, a Cirié, pronunciare la parola “Remmert” è diventato un po’ come evocare Beelzebub in persona o aprire il bollettino di guerra quotidiano. Tra accoltellamenti in via Remmert, risse con collezione di lame in piazza Remmert, omofobia spicciola e teenager che fanno le 4 del mattino urlando sotto le finestre come se stessero scalando l’Everest, c’è da chiedersi se il toponimo sia diventato una specie di maledizione Maya.

I poveri fratelli Remmert, se potessero dare un’occhiata da lassù (o da laggiù, dipende dai meriti), si stanno probabilmente rivoltando nella tomba a velocità tale da poter risolvere la crisi energetica del Canavese. Loro, che avevano legato quel nome al progresso, all’industria e al lavoro, si ritrovano oggi associati a una succursale di Gomorra in salsa ciriacese.

Direi che è arrivato il momento di fare un po’ di archeologia urbana e ricordarci chi diavolo fossero questi Remmert, prima che il loro cognome diventi sinonimo esclusivo di coprifuoco obbligatorio.

Dalla fredda Prussia al caldo brivido del Canavese

Tutto comincia con un trasloco mica da ridere. Lasciare la Prussia per venire a stabilirsi a Cirié all’inizio dell’Ottocento dev’essere stato un shock termico e culturale non indifferente. Immaginate la scena: paesaggi innevati tedeschi scambiati per le nostre nebbie, valigie di cartone (o bauli di rovere massiccio), e la folgorante intuizione di dire: “Sai che c’è? Ci stabiliamo a Cirié e facciamo fortuna”.

E fortuna fu, ma non piovuta dal cielo: fatica, ingegno e un fiuto imprenditoriale da fare invidia a un magnate della Silicon Valley. I Remmert non sono arrivati per aprire l’ennesimo bar trendy, ma per metter su un impero.

Dalle merlettaie all’industria pesante (passando per i filati che non si rompevano a guardarli)

Prima i merletti, con un’arte tessile che dava lavoro e lustro alla zona, poi la transizione verso l’industria vera e propria, quella che ha fatto respirare (e a volte tossire, ma con dignità) generazioni di ciriacesi. Hanno plasmato il tessuto economico locale quando fare gli industriali significava costruire fabbriche che duravano secoli, non start-up che chiudono dopo il primo aperitivo finanziato dai fondi di VC.

Hanno dato case, lavoro, identità e… beh, tre o quattro indirizzi di prim’ordine nel centro di Cirié. Roba che oggi, ogni volta che un’ambulanza accende le sirene in via Remmert, loro sussurrano un bonario “Ma chi me l’ha fatto fare”.

Scusa Carla, non volevamo

E ora, arriviamo al colpo di grazia storico-genealogico, la ciliegina sulla torta di questa rievocazione. Perché c’è un piccolo dettaglio che forse non tutti ricordano: tra i discendenti di questa stirpe laboriosa figura anche cotanta Carla Bruni.

Sì, proprio lei: ex Première Dame di Francia, modella, cantante, icona di charme transalpino e bon ton parigino. Immaginiamo la scena in cui la nostra Carla, tra una cena all’Eliseo, un servizio fotografico patinato e una tournée internazionale, scopre che gli antenati che le hanno passato il DNA provengono dritti dritti da Cirié, e che oggi il suo venerato cognome compare quotidianamente nelle cronache nere locali tra risse di quartiere e schiamazzi notturni.

Cara Carla, perdonaci. Ti chiediamo umilmente scusa in ginocchio. Quando i tuoi avi hanno deciso di investire sul lavoro e sul decoro industriale piemontese, non potevano prevedere che il loro glorioso nome sarebbe finito nel tritacarne della cronaca locale del ventunesimo secolo, trasformandosi nella via degli agguati e dei ragazzini urlanti. Se vuoi venire a fare un sopralluogo in via Remmert per vedere che fine ha fatto l’impero di famiglia, ti consigliamo di venire accompagnata da una scorta adeguata.

Nel frattempo, restiamo qui a chiederci che cosa stiamo facendo della nostra città.

Forse dovremmo fermarci a riflettere su come stiamo svendendo e calpestando la memoria di grandi uomini che hanno fatto la storia di Cirié, riducendo a barzelletta di cronaca nera l’eredità di chi ha costruito le fondamenta su cui oggi camminiamo troppo distrattamente.

È inutile lamentarsi delle forze dell’ordine e del municipio se non siamo noi i primi a spiegare come si vive in una comunità ai nostri figli. Perché se oggi permettiamo che crescano da carnefici voltandosi dall’altra parte, domani potrebbero ritrovarsi a essere vittime, e allora sì che passeremo le giornate disperati a invocare una giustizia che non abbiamo mai voluto insegnare.

Torniamo a educarli al rispetto: il rispetto per il prossimo, per le pietre che ci circondano e per la terra che ci ha concesso i natali. Perché il rispetto non è un optional da salotto, ma l’unico argine rimasto per evitare che la nostra comunità finisca definitivamente a rotoli

di Alessandro Bacceti

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