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La Signora Delle Rogge

Caterina: la signora delle rogge e la sfida nel tribunale di Ciriè

Adesso vi racconto una storia di una donna forte che ha combattuto contro il braccio forte degli uomini in una Ciriè del Seicento.

La polvere del cortile di Palazzo Doria si solleva sotto gli stivali pesanti dei ministiali e dei notai del feudo, ma lei non abbassa mai lo sguardo. Si chiama Caterina, e nei registri delle cause civili della Ciriè del XVII secolo il suo nome compare come un macigno piantato controcorrente.

Chi era Caterina

Appartenente probabilmente al solido e orgoglioso ramo dei Vachieri, una famiglia di notabili e proprietari terrieri ben radicata nel tessuto economico locale e celebre per possedere fondi e diritti d’acqua, Caterina era rimasta vedova in giovane età.

All’epoca, una condizione simile avrebbe spinto chiunque a cercare un nuovo matrimonio o a cedere la tutela dei beni a un parente maschio.

Lei, invece, fece una scelta radicale: rimase sola per scelta. Rifiutò di farsi dettare la linea da fratelli o tutori, decidendo di gestire in prima persona il patrimonio di famiglia e, soprattutto, l’oro blu del territorio: i canali d’irrigazione e le rogge contese con i poteri forti del borgo.

Il tribunale e la sua presenza fiera

Nel Seicento, i processi locali come quello di Caterina si tenevano direttamente a Ciriè presso la giurisdizione del Podestà, senza dover ricorrere al supremo Senato di Piemonte con sede a Torino. L’austera aula del tribunale locale, presieduta dal magistrato e dai notai, accoglieva l’ingresso fiero e silenzioso di Caterina, capace di gelare istantaneamente il brusio dei presenti.

I banchi di legno scuro, consumati dalle mani di generazioni di contendenti, scricchiolavano sotto il peso dei volumi di carta pesta e dei codici statutari, mentre l’odore acre delle candele di sego e della ceralacca impregnava l’aria umida della sala. Seduto sullo scranno rialzato, il podestà aggiustava la pesante toga nera, cercando di mantenere un contegno severo di fronte a quella donna che rifiutava ogni protezione maschile e sfidava apertamente i rapporti di forza del feudo.

Quando varcava la soglia, Caterina calamitava ogni sguardo. Aveva una bellezza fiera, il viso incorniciato da tratti netti e uno sguardo così tagliente da gelare i procuratori. Gli uomini del borgo la guardavano con un misto di bramosia e fastidio, ma lei conservava un’indifferenza glaciale verso le loro lusinghe.

L’abito come manifesto di indipendenza

Per affrontare le udienze, l’abbigliamento di Caterina era una dichiarazione politica di autonomia:

L’abito: Un severo vestito lungo in pesante panno di lana nera o di ratina scura, di foggia sobria ma sartoriale, che rifletteva una ricchezza rispettabile senza frivolezze barocche, unendo il lutto del marito alla forza inattaccabile.

Il colletto: Intorno al collo sfoggiava un rigido e impeccabile colletto a lattuga inamidato, che le cingeva la gola impedendole fisicamente di chinare il capo.

I dettagli: I capelli scuri erano raccolti stretti alla nuca e coperti in parte da un velo di seta nera, senza ornamenti vistosi donati da pretendenti, ma solo con i sigilli e gli anelli ereditati dai suoi avi.

Senza dire una parola, Caterina avanzava lungo il corridoio centrale, appoggiando con fermezza i fascicoli delle querele sul banco del giudice. I documenti d’archivio oggi parlano solo di lei, delle sue carte bollate e della questione intricata delle rogge.

Non sappiamo con certezza se alla fine abbia vinto o perso la causa contro il braccio forte dei notabili del feudo, ma a noi piace pensare che abbia vinto. Perché la sua vera vittoria, in quel Seicento di uomini e di soprusi, era già tutta nel coraggio di essersi alzata in piedi, da sola.

di Alessandro Baccetti

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