CIRIè NEL TEMPO

I Riti di Beatrice

CIRIÈ OCCULTA: i RITI di BEATRICE tra FANGO e SORTILEGI

Adesso vi racconto una storia di nebbie, di ombre e di un patto stretto nel silenzio della terra. Un racconto ambientato in una Ciriè antica e spettrale, anno del Signore 1348, mentre l’Europa trema sotto i colpi della peste e la paura plasma le leggi degli uomini.

La custode della nebbia

La nebbia, alle porte di Ciriè, non è un semplice fenomeno meteorologico: è un sudario bianco che sale dalle risaie e dai corsi d’acqua, aggrappandosi ai salici e inghiottendo i campi. In quel paesaggio di fango e umidità cammina lei. Sola.

Si chiama Beatrice.

Di giorno, il suo cammino è un sentiero tracciato dal terrore degli altri: quando attraversa il borgo o passa vicina alle cascine, i contadini si fanno il segno della croce, tirano dentro i bambini, sbattono le persiane di legno pesante e distolgono lo sguardo. La evitano, la isolano, le sputano persino addosso quando passa, convinti che la sua sola ombra possa far avvizzire il grano o far nascere bestie deformi.

Ma la notte la musica cambia. Quando il sole scompare e la foschia cancella ogni punto di riferimento, i passi che si sentono intorno alla sua cascina isolata non sono più quelli dei reietti, ma quelli degli stessi che di giorno la fuggivano.

Arrivano in punta di piedi, con il cappuccio abbassato sul volto: possidenti spaventati, madri disperate per un figlio malato, uomini d’affari rovinati, ragazze tradite. La cercano perché di notte Beatrice non è più l’emarginata: è colei che sa maneggiare l’oscurità.

I riti e il patto con il male

L’Inquisizione aveva ragione su di lei, o almeno così giuravano i verbali redatti dai frati domenicani. Beatrice non raccoglieva semplici erbe medicinali: aveva stretto un patto di sangue e di disperazione con le potenze infernali, vendendo la propria anima in cambio di un potere che sfidava le leggi di Dio e della natura.

Nei campi aridi , dove la nebbia si tinge di riflessi scuri, i suoi riti si consumavano nel cuore della notte.

Per piegare la realtà al suo volere, offriva alle tenebre ciò che la terra aveva di più fragile. Sull’altare di pietra grezza sacrificava galline nere sgozzate a mezzanotte, bagnando la terra con il loro sangue caldo per nutrire le radici del male, e bruciava candele fatte di grasso d’animale mescolato a polvere di ossa umane trafugate dai cimiteri.

Cosa voleva ottenere Beatrice? Lei non cercava ricchezze materiali, ma il dominio assoluto sul destino e sulla volontà altrui. Voleva la conoscenza occulta per curare ma soprattutto per distruggere, per piegare i potenti che la disprezzavano, per far ammalare i rivali, per scatenare tempeste di grandine sui raccolti di chi l’aveva offesa e, soprattutto, per strappare alle anime dei vivi una fetta di quel potere che la società le aveva negato in quanto donna.

Era una strega nel senso più cupo e spietato che i giudici potessero immaginare. Una creatura d’ombra che camminava tra i vivi portando l’inferno nelle tasche della sua veste logora.

Il nostro sguardo oltre il rogo

I documenti dell’epoca la inchiodano, i registri del tribunale ecclesiastico ne decretano la fine e le fiamme del rogo hanno consumato il suo corpo nella piazza del borgo.

Ma a distanza di secoli, guardando oltre la patina nera dei pregiudizi e il fanatismo dei giudici del Trecento, a noi piace vederla con un altro sguardo.

Forse, in quella Ciriè soffocata dalla miseria, dalla peste e dalla prepotenza degli uomini, Beatrice non era altro che una donna troppo intelligente per sottomettersi, troppo libera per accettare la sottomissione, e la sua “stregoneria” era solo la disperata, lucida consapevolezza di usare la paura degli altri per sopravvivere in un mondo che non le aveva lasciato altra scelta se non quella di diventare un mostro pur di non essere calpestata.

di Alessandro Baccetti

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