Il Respiro Tra i Boschi Sacri
IL RESPIRO TRA I BOSCHI SACRI: sulle tracce dei DRUIDI nelle Valli di Lanzo.
“Madre Terra che ci nutri,
Spirito della roccia che non crolla,
Fuoco che tieni lontano il freddo della notte:
Ascolta la voce dei figli del bosco.
Che la radice non marcisca nel buio,
che il sangue della tribù scorra saldo come la Stura,
che il ritorno della luce trovi i nostri cuori uniti.
Terra, cielo, fuoco:
noi siamo vostri, voi siete nostri,
finché la pietra duri.”
Siamo nell’autunno del I secolo avanti Cristo, nel pieno dell’età del Ferro. E siamo qui, nelle nostre Valli di Lanzo.
Il fuoco nel cerchio di pietre si affievolisce, lasciando una cupola di brace incandescente che illumina i volti tesi di una comunità stretta attorno al suo sacerdote.
Non ci sono papiri o pergamene a custodire queste parole, tramandate solo di voce in voce nel cuore fitto di un bosco alpino, un nemeton (luogo sacro consacrato dai Celti alle divinità) protetto da mura di roccia viva e da castagni che sembrano colonne d’un tempo senza cronologia.
Poco distante, la terra ha restituito frammenti di ceramica rozza e fibule di bronzo — che oggi chiameremmo semplicemente spille da balia, ma che a quel tempo custodivano un valore sacro e un preciso segno distintivo per chi le indossava —, tracce mute di un villaggio che qui cercava protezione e fortuna.
Lui è lì, in piedi accanto al grande masso erratico coperto di muschio.
Il sacerdote e la comunità
È un sacerdote druido, ma non ha nulla dell’immagine da cartolina o da favola moderna che spesso ci è stata tramandata. Ha il volto solcato dalle intemperie, la barba curata e gli occhi di un azzurro chiaro che sembrano riflettere il cielo prima del temporale. Indossa una veste di lana grezza, pesante, tinta con i succhi della cocciniglia e delle cortecce d’ontano, e sulle spalle porta una corta mantellina di pelle di capra fermata da uno spillone d’osso.
Al collo stringe il torques — il tipico collare rigido in metallo aperto sul davanti, che nel mondo celtico non era un semplice monile, ma il supremo simbolo di nobiltà, di alto rango e di alleanza sacra con gli dei.
Intorno al fuoco, seduti a cerchio sul suolo di foglie marce, ci sono i membri della comunità: famiglie di allevatori, boscaioli, donne che curano la terra e guerrieri dai lunghi capelli raccolti. Il silenzio è assoluto, rotto solo dal respiro del bosco e dal ticchettio della Stura laggiù in basso.
Il druido comunica con gesti misurati: traccia nell’aria cerchi concentrici con un ramo di vischio tagliato con una falcetta d’oro, indicando il cielo, la terra e il cuore dei presenti. Il rapporto con il suo popolo non è quello di un sovrano distante, ma un legame viscerale. I druidi sono custodi della memoria, sanno quando seminare guardando le Pleiadi, quali erbe fermano una ferita e tengono unita la tribù contro le avversità dell’inverno.
Rifugi di pietra e legno
Quando il rito si scioglie, la comunità si ritira nel proprio villaggio, un agglomerato che sfida la montagna con i materiali che essa offre. Le abitazioni sono semi-interrate, con una solida base circolare di pietre locali a secco e una robusta ossatura di tronchi di castagni.

no e larice. I tetti spioventi sono pesantemente ricoperti di paglia di segale e zolle di torba. Al centro della capanna, un focolare a pavimento scalda l’unico grande ambiente condiviso, dove la notte fa meno paura ora che il fuoco è stato benedetto.

La pietra e il segno indelebile

Il lascito più potente e misterioso che quei popoli ci hanno consegnato è impresso ovunque nelle nostre valli: nelle rocce.
Basta camminare lungo i sentieri per imbattersi in massi erratici colossali o nelle suggestive Grotte di Pugnetto a Mezzenile, antichi anfratti di leggende e culti ancestrali. Sulle pietre si rincorrono coppelle e solchi: calendari di pietra, mappe celesti o altari di offerta con cui i druidi leggevano il cielo riflesso nella terra.
Il passato che torna a vivere
Quella stessa magia non è rimasta sepolta sotto i muschi del tempo. Ancora oggi, nelle Valli di Lanzo, il fuoco dei druidi torna ad accendersi attraverso manifestazioni, rievocazioni storiche e celebrazioni dei solstizi. In quelle occasioni, il cerchio si riforma tra suoni di arpe e canti, permettendoci di compiere un vero e proprio viaggio nel tempo alla ricerca di una connessione autentica con la natura.
Perché quello spirito è rimasto vivo nella memoria della nostra terra e si è susseguito nelle menti del nostro popolo. Per un attimo, pensiamo che la nostra discendenza arriva proprio da lì e che, malgrado il tempo abbia provato a cancellare tutto, non ci è riuscita. La roccia sotto i nostri scarponi è la stessa che i sacerdoti celtici toccavano per interrogare il futuro. Un’eredità silenziosa, ma indelebile, che continua ad appartenerci.
Nota storica: Sebbene i druidi non ci abbiano lasciato testimonianze scritte, il racconto delle loro usanze, dei loro riti legati alla natura e del loro ruolo chiave nella società celtica ci è giunto grazie agli osservatori romani e greci — primo fra tutti Giulio Cesare nel suo “De bello Gallico” — e attraverso la straordinaria persistenza dei reperti archeologici e delle tradizioni popolari custodite nei territori dell’arco alpino.
di Alessandro Baccetti
