CIRIè NEL TEMPO

San Ciriaco da Roma

San Ciriaco da Roma. L’esorcista che ha blindato Cirié: il noir e la nebbia del Canavese

Certe storie non nascono nei libri di storia; puzzano di terra umida, di fango rappreso sulle suole e di quella nebbia densa della Stura che a Cirié sa mangiarsi i lampioni prima ancora che faccia notte fonda.

Se cammini per il centro, tra le vetrine dei negozi e il traffico pigro delle utilitarie, ti convinci che sia tutto sotto controllo. Asfalto, cemento, la vita ordinata della provincia.

Ma basta allontanarsi di cinquecento metri, puntare verso le campagne profonde o i margini dei boschi per capire che il passato qui non è mai morto. È solo sepolto sotto uno strato sottile di burocrazia e devozione di facciata.

Ed è proprio da qui che bisogna partire: dal nome che portiamo addosso. Perché dietro a quel Cirié si nasconde una cicatrice, un colpo di spugna tirato giù con la violenza di un esorcismo.

Il soldato d’élite della Chiesa

Nel Medioevo, quando i vescovi avevano paura che il diavolo stesse scappando loro di mano, non mandavano i chierichetti con l’aspersorio. Mandavano i mastini.

Se spulci i registri polverosi della Chiesa, scopri che di santi chiamati Ciriaco ce ne sono ben ventisette. C’è quello buono per ogni stagione, il protettore da quattro soldi, il santo di paese. Ma la diocesi, quando ha dovuto mettere le mani su questa terra alle porte del Canavese, non ha scelto un omonimo qualunque.

Ha calato l’asso di briscola.

Ha scelto il più feroce, il più paranoico, il più temuto: San Ciriaco di Roma.

Quarto secolo. Dimenticatevi le agiografie agiografiche e i quadretti di catechismo. Ciriaco era un soldato d’élite della fede, un cacciatore di entità.

Nella Roma pagana lo sapevano tutti: quando le cose si mettevano male, quando una possessione diventava così nera da far impazzire le famiglie patrizie, chiamavano lui.

La leggenda dice che persino l’imperatore Diocleziano – uno che i cristiani li dava in pasto alle bestie al Colosseo – dovette ingoiare l’orgoglio e chiamarlo a palazzo perché la figlia Artemia era possessuta da uno spirito che rideva delle preghiere. Ciriaco arrivò, guardò il marcio negli occhi e lo rispedì all’inferno con la forza di un maglio. Stessa storia in Persia, stesso copione. Era un bulldozer spirituale.

L’esorcismo edilizio

Ora metti insieme i pezzi del puzzle.

Da una parte hai una terra che respira esoterismo, a due passi da quel triangolo della magia nera che è Torino, dove la notte si allungano ombre strane.

Dall’altra hai campagne dove la gente, sotto la nebbia, continuava a fare quello che faceva da millenni: riti nei boschi, sangue versato sulle radici dei cerri, invocazioni sibilate a divinità ctonie che la croce non era mai riuscita a scalfire. I contadini della Stura ridevano dei preti.

Continuavano a fare i loro patti nel buio, lontano dagli sguardi della curia.

Cosa fai se sei un prelato con le spalle al muro? Semplice. Fai un esorcismo edilizio.

Cambi nome al posto. Lo battezzi Castrum Cyriaci – che poi diventerà Cirié e, nel dialetto stretto dei vecchi, San Serié. Un atto di guerra fredda spirituale.

La Chiesa ha preso il nome del suo esorcista più spietato e lo ha sbattuto come un blocco di cemento armato sopra i boschi sacri, sopra le paludi, sopra i focolari dove si bruciavano erbe proibite. Un messaggio inequivocabile piantato nel terreno: “Qui non comandate più voi. Questa terra è recintata”.

Il sangue dei Salassi non si cancella con l’inchiostro

Ha funzionato? Certo che no. O meglio, ha funzionato sulla superficie, quella che fa comodo vedere.

Ma il DNA di una terra non lo cancelli con un decreto vescovile o cambiando l’intestazione sulle mappe catastali.

Sotto la superficie, Cirié è figlia di un altro sangue. Quello dei Salassi, la stirpe ostile che combatteva contro i romani e contro la montagna a colpi di pozioni, filtri strappati ai rovi della Stura e un misticismo pagano che odorava di terra fradicia.

Oggi le chiese si svuotano, i banchi sono freddi e la gente guarda gli schermi dei telefoni anziché il cielo. Ma il bisogno di credere nel profondo, nel sangue e nella pietra, non è svanito. Non sappiamo chi lo faccia, né in quali notti d’autunno in cui la nebbia si fa così spessa da tagliare il fiato. Ma là fuori, nel buio delle campagne profonde, c’è ancora chi volta le spalle alla luce dei lampioni per tornare nei boschi.

Il sigillo di San Ciriaco tiene buone le apparenze, lassù in alto. Ma sotto la croce, nella terra nera e marcescente del Canavese, il vecchio fuoco dei Salassi brucia ancora. E aspetta solo che il guardiano distolga lo sguardo.

di Alessandro Baccetti

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