Sfida all’Inquisizione
1373: Quando Cirié sfidò l’Inquisizione per proteggere i ribelli delle Valli
Ma una storia di Cirié che si ribella la volete ascoltare?
E no, non stiamo a parlare della solita Cirié che fa la voce grossa con Nole per il primato della toma più buona (d’accordo, ho scritto una fesseria, ma ci siamo capiti). Qui si fa sul serio. Stiamo parlando di una Cirié che a un certo punto ha deciso di rimboccarsi le maniche e di ribellarsi niente meno che contro… l’Inquisizione in persona.
E da lì inizia il racconto.
Per capire cosa successe davvero, dobbiamo alzare lo sguardo verso i sentieri di Lanzo, Viù e Ala. Nel XIV secolo, l’Europa è attraversata da profondi fermenti religiosi. Nelle valli alpine si rifugiano comunità di Valdesi e gruppi etichettati dai registri ecclesiastici come “Gazzari” (un termine dispregiativo usato per indicare i Catari o i movimenti spirituali pauperistici).
Nel 1373 il Papa perde la pazienza e invia in Piemonte un inquisitore d’assalto: il domenicano Tommaso di Casasco. Il suo compito è risalire le valli e fare terra bruciata. Ma l’accoglienza in quota è feroce.
I montanari non ci stanno:
minacciano i frati, boicottano le udienze e si rifiutano di consegnare i vicini di casa. Chi capisce di essere nel mirino del Sant’Uffizio sa che deve scappare, e la via di fuga naturale porta dritta a Cirié.
Cirié: il “muro” della burocrazia sabauda
Perché proprio Cirié?
Non è solo una questione geografica. Cirié all’epoca è lo sbocco economico delle Valli di Lanzo, un centro di mercati affollati dove è facile confondersi tra la folla. Ma, soprattutto, Cirié è la sede del Vicario di Amedeo VI di Savoia, il celebre Conte Verde.
Qui la storia si fa affascinante, perché non parliamo di teologia, ma di potere politico:
La Chiesa pretende che i funzionari locali arrestino chiunque sia sospettato di eresia.
I Savoia, invece, vedono l’Inquisizione papale come un’intrusione intollerabile nei loro territori e nella loro sovranità.
Il Vicario sabaudo a Cirié applica così una strategia spietatamente efficace che — diciamoci la verità — deve aver lasciato un DNA formidabile nei nostri uffici: l’ostruzionismo burocratico.
Quando gli emissari dell’Inquisitore arrivano in città chiedendo arresti e perquisizioni, i funzionari ciriacesi prendono tempo, sollevano eccezioni, chiedono timbri in triplice copia e contestano vizi di forma che manco oggi allo sportello. Una nobile tradizione di “marameo amministrativo” che, a quanto pare, è rimasta viva e praticata a Cirié ininterrottamente fino ai giorni nostri.
Scherzi a terra, quel deliberato rallentamento politico concedeva ai fuggiaschi delle Valli il tempo necessario per nascondersi, trovare complicità tra i mercanti locali o dileguarsi verso territori più sicuri.
La solidarietà dei mercanti
I verbali dei processi dell’Inquisizione medievale piemontese rivelano che a Cirié si era creata una vera e propria rete di protezione invisibile. I commercianti ciriacesi preferivano tutelare i propri partner commerciali delle montagne — con cui facevano affari da generazioni — piuttosto che consegnarli ai domenicani.
I fuggiaschi trovavano ospitalità nelle stalle, nelle taverne e nei magazzini della città, protetti dal silenzio complice di una comunità che difendeva la propria autonomia e i propri vicini.
Un’identità da riscoprire sotto i portici
Il “caso Cirié” del 1373 ci restituisce un’immagine della nostra città molto diversa dai soliti stereotipi medievali. Non una terra di cieca sottomissione superstiziosa, ma un centro strategico, orgoglioso e politicamente astuto, capace di fare scudo contro il tribunale più temuto del Medioevo.
La prossima volta che passeggerete nel centro storico o vicino a Palazzo D’Oria, provate a immaginare quelle vie animate non solo da nobili e mercanti, ma anche da ribelli clandestini e funzionari coraggiosi che, con un semplice timbro mancato o un’ispezione ritardata, salvarono decine di vite umane.
di Alessandro Baccetti
