CIRIè NEL TEMPO

I Riti Proibiti

Alle porte del Triangolo Magico: I riti proibiti di Cirié

Certe notti la nebbia a Cirié non sale soltanto dai prati: sembra quasi che esca dalle crepe dell’asfalto, fredda e pesante, di quelle che ti entrano nei polmoni e ti si attaccano alle ossa come un rimpianto.

Se vuoi capire davvero dove vivi, devi spegnere il telefono, dimenticare il fascio di luce dei lampioni e fare un salto indietro. Dritto al IV secolo dopo Cristo, quando l’Impero Romano stava morendo strangolato dalla sua stessa burocrazia e la nuova fede cristiana avanzava come una marea montante, dichiarando illegali i vecchi dèi.

Ma qui le regole non hanno mai funzionato come altrove.

Geograficamente, questa terra è sempre stata l’avamposto perfetto di quel famigerato triangolo di magia nera che lega Torino a Londra e San Francisco. Un crocevia sotterraneo dove le correnti non si sono mai spente.

Immagina la scena. Il sole scompare dietro le Alpi, inghiottito da un cielo color catrame. Sulla pista principale del Castrum Cerretum non gira un’anima. C’è troppa paura.

Dove oggi ci sono capannoni industriali, villette e supermercati, allora c’era solo una foresta impenetrabile di querce e cerri giganti, così fitta che la luna non riusciva nemmeno a bagnare il terreno.

Nel silenzio assoluto della notte, spezzato solo dal respiro corto di qualche lupo in lontananza, quel bosco era un tempio maledetto.

L’aria sapeva di resina bruciata e marciume fertile. Era l’ora dei riti proibiti. Il popolo della notte si radunava nel cuore nero della boscaglia, lontano da tutto. Non erano soldati romani o patrizi di città; erano contadini e boscaioli della zona, gente dura con le mani spaccate dalla fatica, custodi di segreti troppo antichi per essere sradicati da un editto imperiale.

Per quella notte, la loro identità svaniva. Si coprivano con tuniche di lana grezza color cenere per mimetizzarsi tra i tronchi. Sulle spalle portavano pelli di lupo o di cinghiale ancora madide di odore selvatico, e i capitribù sfoggiavano palchi di corna di cervo che si stagliavano come rami contorti contro le poche stelle. Al collo, amuleti d’osso grezzo che tintinnavano a ogni passo, un ticchettio secco che metteva i brividi.

Ma la cosa peggiore erano i volti.

Se li spalmavano di fango e del succo scuro delle more selvatiche, cancellando ogni tratto umano.

Diventavano sagome senza nome, mostri senza espressione che, sotto la luce tremolante e fumosa delle torce, fissavano il centro della radura con occhi vuoti.

Lì, davanti a grandi lastre di pietra fredda, cominciava il rito. Nessuno pregava per la salvezza dell’anima. Quella gente non aveva tempo per i paradisi: voleva cose concrete per sopravvivere a un altro inverno infame. Chiedevano figli sani, pioggia che non fracassasse i raccolti e che i lupi lasciassero stare il bestiame. Invocavano gli dèi della terra, quelli che abitavano nel buio sotto i nostri piedi.

Chi era davvero Cerere? La signora del sottomondo

Se pensi alla classica dea dei libri di scuola, una figura solare e materna con il corno dell’abbondanza e le spighe di grano in mano, sei completamente fuori strada.

Il nome stesso di Cerere affonda le radici in una matrice antichissima legata al principio della crescita e della terra nella sua forma più ruvida e primordiale.

Per i contadini di Cirié, Cerere non era la protettrice benevola dei campi puliti, ma una divinità oscura e ambivalente.

Era la signora del sottomondo, la custode fredda di ciò che marcisce sottoterra per poter germogliare. Nella mentalità di quel popolo, la terra non era una superficie gentile da arare, ma una bocca affamata e insaziabile che inghiottiva i cadaveri e restituiva, per un mistero spaventoso, il raccolto. Un ciclo eterno e brutale di sangue, morte e rinascita.

Non a caso, nell’antica Roma chi veniva colto da follia sacra o invasato da furori misteriosi veniva definito cerritus, come se fosse posseduto dallo spirito cupo della dea.

Invocare Cerere nel fitto del bosco di notte significava dialogare direttamente con il regno dei morti.

Era un patto disperato: le si offrivano sacrifici non per amore, ma per tenerla buona, nella consapevolezza che la stessa terra capace di dare il pane aveva il potere di negarlo e far morire di fame un intero villaggio da un momento all’altro.

Il sangue e il silenzio del bosco

Poi arrivava il momento peggiore. Il lampo freddo di un coltello nel buio. Sgozzavano un animale e ne versavano il sangue caldo direttamente sulle radici dei cerri, nutrendo la terra con altra vita, fondendo la linfa dell’albero con il sangue della bestia.

Intorno saliva un mormorio basso, ritmato, una lingua morta che la nebbia si portava via verso il fiume.

Chi passava di lì per sbaglio e sentiva quei suoni, scappava via con il terrore alle calcagna, senza voltarsi mai.

I secoli passano, l’Impero cola a picco e la storia cambia volto, ma i vecchi patti non si cancellano con facilità. Nel fitto di quei boschi, lontani dagli occhi dei preti e protetti dalle ombre, i riti non smisero di esistere: si rintanarono ancora più in fondo, trasformandosi in segreti sussurrati di padre in figlio. La Chiesa capì che con le sole parole non avrebbe mai sradicato quell’oscurità radicata nel profondo della terra.

Serviva un sigillo spirituale definitivo, una mossa drastica che ribaltasse i piani dell’esoterismo locale.

Fu allora che la curia prese una decisione che profumava di strategia e di mistero: invocare e proclamare patrono della città proprio San Ciriaco. Non una scelta casuale, ma un nesso mistico e sottile, un nome scagliato come un esorcismo eterno contro i vecchi demoni del bosco, quasi a voler marchiare a fuoco il territorio per domare per sempre l’anima ribelle di queste campagne.

Ma cosa legava davvero quel nome all’oscurità di Cirié? Quale segreto si nasconde dietro quella protezione celeste?

Chiudete gli occhi, riprendete fiato. Di questo, e del vero confine tra fede e magia nera, parleremo molto presto. Prestissimo. Giusto il tempo di fare quattro passi fuori, là dove la nebbia ricomincia a salire tra i rami, e vedere se nella radura c’è ancora qualcuno ad aspettarci.

di Alessandro Baccetti

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