Il Sacro Nelle Valli
Acqua, pietre e pantaloncini dell’Adidas: la nostra (inconsapevole) voglia di sacro nelle Valli di Lanzo
La città spesso va troppo stretta. Ti toglie il respiro, ti manca l’aria, l’afa ti spegne così come i rumori dei clacson e le code ai semafori. Hai bisogno di evadere, di scappare, fuggire via.
Lo vorrebbero fare un po’ tutti, certo, ma per noi che abitiamo a un passo dalle Valli di Lanzo tutto è molto più semplice. Un breve viaggio in salita e siamo già lì.
Ci sono le rocce millenarie, le montagne imponenti, gli alberi secolari, e poi c’è l’acqua. Ogni goccia d’acqua è diversa dall’altra ed è l’unica cosa che si rinnova in questo panorama mozzafiato che si ripete nei secoli e nei millenni. Ma l’acqua ci dà respiro, ci rigenera, ci fa sentire vivi.
Lo pensiamo noi che siamo arrivati fino a qui in auto, percorrendo a piedi piccoli sentieri segnati da vecchi muretti a secco e radici affioranti. Ma lo pensavano anche loro, i Salassi, intorno al II secolo avanti Cristo, quando risalivano questi stessi versanti alla ricerca non di una via di fuga, ma del contatto con il divino.
Erano i fieri abitatori di stirpe celto-ligure di queste valli alpine, guerrieri tenaci, abili metallurghi e profondi conoscitori della montagna, capaci di difendere aspramente la propria terra prima dell’inevitabile scontro e della sottomissione a Roma.
La prova sul campo: vestiti come i Salassi (o quasi)
Ora, facciamo una prova. Se oggi volete rifare quel viaggio e toccare con mano l’energia di quei luoghi, c’è un piccolo problema di guardaroba. Sarete costretti a fare a meno delle loro tenute originali: niente pesanti tuniche di lana grezza tessuta in casa, niente pesanti mantelli di lana ferma-vento e, soprattutto, scordatevi le fibule in bronzo per chiudere i vestiti.
Ma non preoccupatevi: per salire oggi andranno benissimo anche i pantaloncini dell’Adidas e le scarpe da trekking un po’ vissute. L’importante è lo spirito con cui ci si arriva.
Il rito alla sorgente: provate a farlo anche voi:
Una volta arrivati alla polla d’acqua, nel cuore fitto del bosco dove il brusio del mondo svanisce, provate a replicare il loro antico gesto. I Salassi credevano che la sorgente fosse una soglia, un varco verso il ventre della terra popolato da divinità femminili silenziose e potenti. Loro invocavano queste presenze invisibili per chiedere protezione, fertilità e guarigione, affidando alle acque i loro doni.
Voi non lanciate oggetti di plastica o monete nel torrente, mi raccomando.
Fate invece così:
Avvicinatevi alla fonte in silenzio, rompendo solo il ritmo dei vostri passi.
Accovacciatevi e lavatevi le mani nell’acqua gelida, lasciando che il freddo vi scuota e vi riporti a un tempo senza notifiche né schermi.
Poi, invece di un manufatto di bronzo, raccogliete un piccolo ramoscello caduto, sfioratelo con l’acqua della sorgente e lasciatelo lì, appoggiato su una roccia coperta di muschio.
Un gesto semplice, quasi infantile, eppure identico a quello che duemila anni fa compivano uomini con i capelli lunghi e le armi di ferro.
Il filo che non si spezza: dal bosco al pilone votivo
Nei secoli successivi, con l’avvento del Cristianesimo, quel legame non fu spezzato con la forza e non fu un errore da cancellare. Fu piuttosto un naturale passaggio di testimone, la continuazione di un abbraccio. La Chiesa si limitò a dare un nuovo nome a ciò che prima non aveva volto, erigendo cappelle campestri e piloni votivi proprio sopra quelle stesse sorgenti.
In fondo, l’entità a cui i Salassi rivolgevano le loro preghiere nei boschi di Lanzo e quella che oggi chiamiamo Dio con le sue madonne e i suoi santi protettori sono la stessa identica cosa: il tentativo dell’uomo di dare un senso al mistero, di ringraziare la terra e di sentirsi parte di qualcosa di più grande.
L’acqua ha cambiato nome e le preghiere sono diventate litanie cristiane, ma l’istinto di salire quassù a cercare il proprio respiro è rimasto esattamente lo stesso.
di Alessandro Baccetti
