CIRIè NEL TEMPO

L’Eco di Diana

L’eco di Diana: la dea della selva che vigila ancora su Ciriè

Ci fu un tempo in cui, qui nella nostra terra, non si conoscevano ancora le chiese e i santi che celebriamo oggi. Era un’epoca lontana, in cui la devozione parlava un’altra lingua: quella degli dei giunti fino a noi dalla Roma antica. Eh sì, perché proprio dove adesso passeggiamo lungo la Via Maestra di Ciriè, tra le vetrine dei negozi e i dehors dei caffè, ci furono insediamenti romani. Ma se c’è una presenza che più di tutte incarna l’anima segreta e primordiale di quel passato, quella è una divinità fiera, lunare e selvaggia: la dea Diana.

Per capire perché il destino di Ciriè sia così legato a lei, dobbiamo spogliarla dell’immagine puramente classica della “statua di marmo” e immaginarla per come la vedevano i romani di frontiera. Diana era la signora delle transizioni, la custode dei confini e, soprattutto, la padrona assoluta delle selve incontaminate (silvarum potens).

Era la divinità a cui si rivolgevano gli umili, i cacciatori e le donne che chiedevano protezione per il momento più misterioso e rischioso della vita: il parto. Nelle preghiere dell’epoca veniva invocata con rispetto reverenziale:

O Regina dei boschi, tu che abiti le alte cime e i sacri meandri della foresta, proteggi chi cammina nell’ombra delle tue piante.”

E nel 143 a.C., quando il console Appio Claudio Pulcro guidò le legioni romane contro i fieri Salassi per strappare loro il controllo delle Valli di Lanzo, l’esercito si trovò davanti a un muro verde.

La nostra pianura non era fatta di campi coltivati, ma era un’immensa, fitta e quasi impenetrabile foresta di querce. Foreste di cerri a perdita d’occhio, che i Romani battezzarono Castrum Cerreti (l’accampamento dei cerri), il primo nucleo di Ciriè.

In un luogo così selvaggio, dove il pericolo si nascondeva dietro ogni tronco e la nebbia scendeva dalle valli come un velo, i soldati e i primi coloni provavano un timore reverenziale. Avevano bisogno di un legame spirituale con quella natura matrigna. Chi meglio di Diana poteva placare gli spiriti del bosco?

Qui si crea un contrasto affascinante che oggi possiamo solo immaginare. Sopra il livello del suolo camminiamo nella Ciriè che tutti conosciamo: quella medievale e barocca, fatta di portici piastrellati, archi gotici e palazzi settecenteschi. Ma se potessimo idealmente scendere di pochi metri nel sottosuolo, ci ritroveremmo in un mondo completamente diverso.

Proprio dove oggi sorge il nostro maestoso Duomo di San Giovanni Battista, i Romani edificarono un tempio pagano dedicato a lei. Chi calpestava quel medesimo fazzoletto di terra duemila anni fa non sentiva il rintocco delle campane, ma l’odore del sangue dei sacrifici, il profumo dell’incenso bruciato sui bracieri e il sussurro di preghiere gridate nella notte alla luna. Lì si chiedeva alla dea il permesso di abbattere gli alberi, la sicurezza nei transiti verso le valli e la benevolenza per un popolo di frontiera che viveva con la mano costantemente sull’elsa della spada.

Di quella vita rurale e devota, la terra ci ha restituito piccoli ma preziosi frammenti. Se entrate nella millenaria Chiesa di San Martino, nell’oscurità delle navate romaniche, troverete cinque lapidi di pietra databili tra il I e il III secolo d.C. Non cercate la perfezione dell’arte di Roma: sono pietre rozze, incise da scalpellini locali del territorio. Sono i testamenti di quegli antichi ciriacesi che, prima di addormentarsi per sempre, avranno sicuramente alzato gli occhi al cielo invocando la dea cacciatrice.

Poi, il mondo è cambiato. L’Impero è crollato, i boschi di cerro si sono diradati per far spazio ai campi e Castrum Cerreti ha cambiato pelle, diventando Ciriacum sotto la protezione di San Ciriaco. Ma i culti antichi sono duri a morire: la Chiesa Cristiana, per cancellare il ricordo della dea, attuò una sapiente sovrapposizione religiosa. Sopra le ceneri del tempio di Diana nacquero le prime chiese, fino all’attuale Duomo, consacrato a San Giovanni Battista. Una scelta non casuale: il Battista è il santo che viveva nel deserto, l’uomo della natura selvaggia, l’unico che potesse raccogliere l’eredità spirituale della vecchia signora dei boschi senza far rimpiangere la sua protezione ai ciriacesi di allora.

La prossima volta che passeggerete sotto i portici o vi fermerete davanti al Duomo, provate a chiudere gli occhi per un istante. Guardate oltre la facciata di mattoni rossi che avete davanti e immaginate le colonne di pietra bianca del tempio che riposa lì sotto. Ascoltate il vento che soffia dalle Valli di Lanzo e attraversa la Via Maestra.

Se prestate attenzione, dietro il rumore del traffico e della modernità, potrete ancora sentire il fruscio delle foglie di cerro, lo scatto di un arco d’argento e l’eco lontana di Diana, la dea che per secoli ha custodito le nostre radici più profonde e selvagge.

di Alessandro Baccetti

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